Voto

Basta con le bugie, tornare alla ragione. La scelta socialista per l’Italia del futuro, di Angelo Sollazzo

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Angelo Aran

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Il tracollo della politica iniziò con Berlusconi, con il suo movimento di rampanti ed attricette, con i suoi ristoranti pieni e con menzogne a piene mani, promettendo agli italiani di arricchirli tutti come lui.
Ma tutta la seconda repubblica è stata attraversata da personaggi in cerca di autore , populisti di basso ordine, arruffoni e dilettanti. Nascevano e morivano sigle senza alcuna cultura politica di riferimento, si annunciavano rivoluzioni, secessioni e miracoli liberisti che sono svaniti nel corso di qualche anno.

Dopo il binomio Berlusconi e Bossi, arrivavano altri due campioni del populismo a basso costo, Renzi e Grillo, le due facce della stessa medaglia. Se i nuovi personaggi avessero dimostrato sul campo capacità politiche, impegno concreto e risultati evidenti, tutti avevamo il dovere di applaudirli e riconoscere le loro qualità.

Purtroppo al dilettantismo evidente hanno aggiunto tracotanza, presunzione e cattiveria che ormai tutti hanno individuato e condannato.

Renzi spregiudicato all’inverosimile, mentitore seriale, ha inanellato una sfilza di sconfitte e dopo averci assicurato l’abbandono dalla politica, ritorna in campo sparandole più grosse di prima. Un’etica comportamentale di politici veri, comporterebbe le dimissioni dopo tante e tali sconfitte, invece nulla, si fa finta di niente e si addossano tutte le colpe della grave situazione a chi c’era prima. Ora acclarato che i suoi predecessori non hanno certo brillato per le loro qualità politiche, Renzi ha guidato uno dei governi più longevi della storia repubblicana, mille giorni al comando quando notoriamente nel nostro Paese non si riesce a resistere più di un anno. Ora o siamo di fronte ad una bella dose di faccia tosta, oppure ci troviamo nel settore della neuro-psichiatria. E non si può neanche dire che il Governo era sostenuto da numeri ballerini, vista la consistenza della maggioranza parlamentare. La verità è che il Nostro, pieno di se e dall’alto della sua presunzione, ha voluto sfidare gli italiani impegnandosi per oltre un anno a promuovere una riforma costituzionale bislenca, a proporre provvedimenti a favore dei suoi amici bancari ed industriali, e ad elargire mance elettorali che invece di sostenere l’economia l’hanno depressa.
Per non parlare degli scandali e delle inchieste giudiziarie di fronte alle quali i reati della prima repubblica impallidiscono e da considerare furti di merendine.
Non una sola delle pseudo-riforme e degli interventi di Renzi hanno funzionato, dal JobsAct, alla Buona Scuola, alla Pubblica Amministrazione, alla RAI, alla Ricostruzione post-terremoto, agli impianti petroliferi in Lucania, al sistema bancario , insomma una serie di disastri.
Ora il PD sta versando in una crisi profonda, ha subito una chiara mutazione genetica ed i sondaggi lo portano ad oscillare intero al 25%. E’ il capolavoro renziano.
Parlare del Movimento Cinque Stelle fa tenerezza. Grillo dopo che nella sua naturale veste di comico, spaccava i computers sui palcoscenici, responsabili di travisare le idee dei giovani, oggi ritiene che la Rete rappresenti l’unica verità assoluta e forma avanzata di democrazia.
Bisognerebbe parlarne con i circa venti milioni di italiani, non più giovani, che di internet pronunciano solo il nome , ovvero a coloro che abitano in montagna, nei borghi sperduti dove il segnale neanche arriva. La democrazia è partecipazione di tutti e non di parte della popolazione.
Per correttezza occorre rilevare che molte delle proteste del movimento hanno un certo senso di verità. Le loro denunce sono spesso vere non campate in aria. Ma tutto si ferma qui. Quando si passa dalla protesta alla proposta il meccanismo grillino s’incaglia. Certamente occorreva dar tempo ai nuovi arrivati della politica, di prepararsi, di conoscere, di studiare, ma dopo circa cinque anni dilettanti erano e tali sono restati.
Sarà complicato indicare un Capo del Governo che sbaglia i congiuntivi, e confonde il Cile con il Venezuela, ovvero il candidato Ministro degli Esteri che chiede i vaccini gratuiti che lo sono sempre stati. Per non parlare del disastro nella gestione delle Amministrazioni locali, che, accantonati gli aspetti giudiziari, mostrano chiaramente la loro inadeguatezza. Raggi a Roma e Appendino a Torino non sono in grado di dirigere grandi città. Dilettanti allo sbaraglio.
Il PD azzoppato, collocato in una posizione di centro-destra, che attua il programma berlusconiano, nulla ha più a che fare con la sinistra del nostro Paese. Bisognerà che qualcuno lo dica anche al PSE , che non pare l’abbiano capito.
Nel passato circa venti milioni di italiani votavano a sinistra, comunisti, socialisti, formazioni di sinistra varie. Sono tutti morti? Non lo si ritiene possibile visto che circa la metà della popolazione si astiene dal voto. Non votano più Renzi dopo le cocenti delusioni, non votano certamente Cinque Stelle che sono piuttosto da ascrivere a posizioni di destra. Allora a sinistra qualcosa non funziona.
Dopo l’eclatante risultato del Referendum, a cui i Comitati Socialisti per il NO diedero un contributo importante, sembrava che si muovessero nel Paese gruppi e partiti che avevano veramente a cuore la ricostruzione di un tessuto politico di sinistra. Vennero convocate e tenute iniziative pubbliche di rilievo, al Brancaccio, a Piazza Santi Apostoli e per i Socialisti alla Bonus Pastor. Una sola invocazione: tutti insieme per una lista unitaria della sinistra alle Elezioni. Ciò anche in previsione di una legge elettorale proporzionale. Convergenze, adesioni, manifestazioni in tutta Italia. Poi il meccanismo si inceppa. Qualcuno si dice più bravo dell’altro, la rete moderata non accetta le fughe in avanti di quella estrema, si litiga sul leader futuro ed anche su chi deve essere citato o deve parlare nelle manifestazioni. La presunzione e l’arroganza lasciamole a Renzi. Serve da parte di tutti una buona dose di umiltà.

Vecchio vizio della sinistra che si divide prima ancora di unirsi. Una cosa è certa, non si può essere assenti dalla tenzone elettorale, ognuno deve essere disponibile a fare qualche passo indietro senza sentirsi menomato, nessuno deve ritenersi unto dal signore e pretendere ruoli che si guadagnano sul campo. In Italia vi è una forte domanda politica di sinistra, purtroppo manca l’offerta. Allora facciamo uno sforzo tutti insieme, nessuno deve restare indietro , tutti devono poter giocare in serie A, e solo dopo scopriremo il vero goleador.

I socialisti non possono che giocare in tale squadra e fare la stessa partita. Non esiste un Partito che si chiama socialista e che può avallare le scelte scellerate del renzismo. Sarebbe una contraddizione in termini. Per questo motivo nasce Socialisti in Movimento, un’Associazione e non un Partito, a cui hanno aderito parte significativa degli iscritti al PSI e tantissimi militanti sfiduciati ed allontanatisi nel passato. L’Unità dei Socialisti si può raggiungere su un terreno squisitamente politico. Chiara collocazione a sinistra, presa di distanza da Renzi e dal renzismo, ritorno ai fondamentali del Socialismo per riprendere la lotta in difesa dei ceti meno abbienti e dei lavoratori. Il nuovissimo renziano non ci appartiene, rifare la democrazia cristiana riveduta e peggiorata non è cosa nostra, il socialismo rappresenta l’ideale più alto della storia dell’umanità, oggi ritorna ad essere moderno ed attuale di fronte ai fallimenti dei rottamatori nuovisti che sono sulla strada del tramonto. Quando si fa politica solo per garantirsi il seggio per se o per i suoi amici, prima o poi si viene travolti. Senza ideali non si può fare politica. Per un quarto di secolo gli ideali e le culture politiche erano state accantonate. Oggi la cultura socialista, dopo il fallimento delle altre, è l’unica in grado di dare risposte concrete alla crisi che attanaglia il Paese. Insieme si, ma con una linea politica chiara, con democrazia interna e trasparenza nei comportamenti.

Gli egoismi e le furbizie non pagano più, è superfluo rinvangare gli errori fatti dalle dirigenze nel recente passato. Riflettiamo insieme per tornare insieme.

Angelo Sollazzo

Toccato il fondo, di Angelo Sollazzo

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Il dibattito di questi giorni sulla legge elettorale dimostra come la classe dirigente politica abbia ormai toccato il fondo.

A fronte di una chiara decisione della Corte Costituzionale, che ha spazzato via Procellum, Italicum ed ammennicoli vari, i partiti maggiori si sono arrovellati per tentare di approvare una legge che potesse solo tutelare gli interessi delle forze politiche maggiori. Prima il preferito era il sistema Mattarellum, quindi il Provincellum, infine quello tedesco. In queste ore anche la scelta germanica è stata accantonata e siamo di fronte ad un nuovo pastrocchio, sempre che superi il vaglio postumo dell’Alta Corte.

Cosa che fa specie è la rinuncia a ritornare alle preferenze, che erano state invocate da tutti per riavvicinare l’eletto all’elettore. Perfino il PD, per non parlare di Forza Italia, declamavano la loro volontà a far eleggere direttamente dai cittadini i loro rappresentanti. Cosa ancora più eclatante è stata la inversione di marcia dei 5Stelle, che dopo avere considerato il ritorno alle preferenze come loro linea del Piave, si sono miseramente attestati sulle posizioni degli altri. La verità è che Grillo è come Renzi e Berlusconi e vuole parlamentari dimezzati e non autonomi in quanto nominati dei padroni del vapore. Poco importa se in un sondaggio ben l’82% degli italiani ha detto di preferire il ritorno alle preferenze, per scegliere il proprio rappresentante e non funziona neanche la pantomima della governabilità, visto che dal 1994, senza preferenze, i Governi sono caduti come birilli, che il potere di ricatto ha avuto notevole espansione e che i gruppi parlamentari sono cresciuti da 7/8 a 25/30. Quindi non raccontiamoci frottole.

Per non parlare dello sbarramento del 5% che potrebbe anche significare la non rappresentatività di 8 o 10 milioni di elettori.

La democrazia si esprime con la rappresentanza di tutti, anche con le forze minori ,ed i Costituenti scelsero il proporzionale per tutelare il diritto di tribuna delle minoranze. Renzi ,Grillo e Berlusconi sono la rappresentazione della stessa politica. Basta con le finzioni . Si ritorni al partiti veri, si applichi l’art.49 della Costituzione sulla trasparenza e democrazia interna delle formazioni politiche, si ritorni agli ideali puri ed alle culture politiche che hanno governato e consentito la libertà di espressione da decenni nel nostro Paese.

Angelo Sollazzo

Legge elettorale e prima Repubblica, di Angelo Sollazzo

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Nel frasario politico attuale la prima repubblica viene definita la “madre dell’inciucio”, i suoi protagonisti espressione della corruzione, i partiti politici ferrovecchi del 900.
All’inizio tutti, o quasi,gli italiani erano stati presi dalla mania di cambiare, modificare o rottamare. Senonché i risultati degli ultimi venticinque anni sono stati a dir poco disastrosi.
Iniziò Berlusconi che in politica ci arrivò per salvaguardare i propri interessi, inizio a parlare di teatrino dei partiti, ad usare massicciamente il potere televisivo, a mobilitare aziende e dipendenti, a trasformare la politica in un vero spettacolo di cabaret. Tutto ciò senza affrontare il tema dei comportamenti personali, olgettine, pupe e via dicendo, che ci hanno creato la derisione di mezzo mondo. Sono quindi arrivati sulla scena Grillo e Renzi. Quest’ultimo, da buon comunicatore, cerca sempre di attribuire ad altri le sue pecche. Con grande coraggio parla di lotta alla corruzione, anche nel momento in cui si vedono in grande difficoltà suo padre e la sua amica Maria Elena Boschi, mentre una componente del Governo, incappa nello scandalo dei petroli in Basilicata, in casa PD ci sono arresti a valanga, etc.

Renzi parla di cambiare l’Italia, dopo essere stato per ben tre anni capo del Governo senza combinare nulla e dando la colpa a chi lo ha preceduto. I politici brutti e cattivi sono altri, lui è buono e vergine. Una bella faccia tosta quando, dopo aver annunciato il ritiro dalla politica per la sonora batosta rimediata al Referendum costituzionale, ritorna in campo come niente fosse. Sulla legge elettorale cambiare idea è divenuta un’abitudine. L’ultima prevede il 50% dei seggi assegnati in collegi uninominali piccoli, e l’altro 50% con il proporzionale e liste bloccate.
Insomma il fatto che l’82% degli italiani vuole il ritorno al voto di preferenza, per scegliere direttamente il proprio rappresentante a Renzi non interessa affatto. Per i collegi uninominali sceglie il Partito, per le liste proporzionali sceglie sempre lui. In barba alla Corte costituzionale ed alla volontà degli italiani. Tutti nominati e tutti amici. Grillo inizia denunciando malcostume ed imbrogli vari, da comico arguto tocca le corde della sensibilità degli italiani arrabbiati.
Si perde, invece quando tenta di trasformare il suo movimento protestatario in forza di Governo.
Protestare è importante, ma poi serve governare. Le scelte dei capi del Gruppo non sono tra le più felici. Il prescelto capo del Governo si confonde nell’uso del congiuntivo, mostrando chiaramente qualche difficoltà con la lingua italiana, poi confonde ancora la professione del sociologo con quella dello psicologo, afferma che Pinochet è stato dittatore del Venezuela e non del Cile, invece il candidato ministro del esteri chiede i vaccini gratuiti per tutti, non informandosi che lo sono sempre stati. Insomma strafalcioni a ripetizione. Possono questi governare l’Italia? No, non è possibile.
I tanto vituperati partiti selezionavano la classe dirigente, preparavano i quadri, escludevano gli incapaci. Il politico prima di aspirare allo scranno parlamentare doveva fare la gavetta in periferia , veniva sottoposto a continue valutazioni e veniva eletto direttamente dagli elettori.
Certo vi erano comportamenti scorretti, corruttele varie , responsabilità gravissime, ma mai a livello di quanto accade oggi. Basterebbe applicare l’articolo 49 della Costituzione sulla trasparenza e sulla democrazia interna ai Partiti, per avere una classe dirigente degna di questo nome. Ritorniamo alla politica vera , ricostruiamo i Partiti, selezioniamo i candidati, ritorniamo agli ideali ed alle culture politiche. I personalismi portano male, il collettivo evita avventure.

Angelo Sollazzo

Intervento di Aldo Potenza all’Assemblea “Socialisti in Movimento” di Milano

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Aldo Potenza

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E’ frequente ascoltare interventi che sostengono superate le divisioni fra destra e sinistra. Ovviamente le caratteristiche della destra e sinistra del ‘900 oggi si presentano in forme diverse rispetto al passato, ma questa condizione non può indurci a credere che le questioni di quel tempo siano superate e tutto si risolva in un tecnicismo che non abbia alcun riferimento alle categorie destra e sinistra.

La liberalizzazione dei capitali, la pressante spinta verso le privatizzazioni in ogni campo, la richiesta di sempre meno tutele per il lavoro etc, sono tutte riconducibili a precise culture di riferimento ed in particolare alla scuola di pensiero di Milton Friedman e George Stigler che hanno posto il mercato e la libera concorrenza (libera da “interferenze” della politica) come naturale regolatore dell’economia, della finanza e infine delle condizioni dell’uomo.

I primi sostegni a tale politica vennero in Italia da Gianni Agnelli, che in una intervista concessa il 30 gennaio 1975 al Corriere della Sera sostenne che ” Probabilmente dovremo avere governi molto forti che siano in grado di far rispettare i piani a cui avranno contribuito altre forze oltre a quelle rappresentate in Parlamento; probabilmente il potere si sposterà dalle forze politiche tradizionali a quelle che gestiranno la macchina economica; probabilmente i REGIMI tecnocratici di domani ridurranno lo spazio delle libertà personali. Ma non sempre tutto ciò sara un male.”
Forse è il caso di ricordare che in precedenza fu pubblicato a cura della Trilateral Committee un rapporto il cui titolo era “The Crisis of Democraticy”.

Più recentemente sono poi venute allo scoperto le “cure al sistema democratico” sostenute con gran forza dal mondo dalla finanza ovvero la necessità, in particolare per l’Italia, di modificare la nostra Costituzione considerata a forte impronta socialista e pertanto da “riformare” in modo che la cultura neoliberista possa avere pieno riconoscimento costituzionale.

Il recente referendum con la vittoria del no ha momentaneamente sconfitto questo disegno, ma sia l’orientamento dell’UE, sia l’inacapacità del PSE che con le politiche presentate come modernizzazioni ha lentamente smarrito le tradizionali politiche socialdemocratiche e ha favorito l’affermarsi della cultura e dell’azione di governo ispirata al neoliberismo, rendono estremamente fragile la difesa rappresentata dalla Costituzione.

I socialisti e la sinistra democratica, al contrario dei neoliberisti, pur sostenendo la libera iniziativa, pongono al centro della loro azione le condizioni dell’uomo e non sono disponibili ad alienare i diritti dei cittadini e dei lavoratori in nome delle forze economiche e finanziarie che dominano il mercato.
Appare in tutta evidenza che la difesa di quei diritti, oltre a rappresentare la linea di demarcazione fra destra e sinistra, riguarda anche la questione democratica, come l’intervento di Agnelli chiarisce oltre ogni dubbio.

Non siamo conservatori delle conquiste del 900, sappiamo che molte condizioni sono mutate, ma pensiamo che si possa e si debba cambiare mantenendo sempre al centro della nostra azione le condizioni di vita delle persone.

Un esempio riguarda il jobs act. Pochi ricordano che Renzi prima di diventare presidente del consiglio tra le azioni di riforma del mondo del lavoro affrontò la questione dei comitati di sorveglianza dei lavoratori nelle grandi imprese. Una iniziativa che con caratteristiche diverse fu affrontata già nel lontano 1944 dail socialista D’Aragona e successivamente, nel 1946, da Morandi con un disegno di legge elaborato dal socialista Massimo Severo Giannini.

Evidentemente strada facendo Renzi si è reso conto che le forze economiche italiane hanno sposato la cultura politica neoliberista e non hanno intenzione di creare strutture che introducano forme avanzate di democrazia industriale. Vogliono libertà di licenziare trattando il lavoro alla stregua di merce sul mercato.

Renzi li ha accontentati diventando, come Agnelli anticipò, il capo del governo al servizio delle tecnocrazie economiche e finanziarie.

Le conseguenze devastanti del neoliberismo, provocando un profondo malcontento che assume sempre di più un atteggiamento rancoroso verso la politica e spesso persino verso le Istituzioni, si traducono nell’elezione di Trump negli USA e nella nascita di tanti partiti e movimenti di protesta che rischiano di destabilizzare il disegno europeo che appare sempre più lontano dal progetto iniziale.
Il deserto politico culturale che è stato prodotto dalla falsa rivoluzione del 94 e dalla incapacità dei post comunisti è devastante. I comunisti, incapaci di fare i conti con la loro storia rifugiandosi in un contenitore che già nel 2002 Barbara Spinelli nel bel libro il “sonno della memoria” criticava nel seguente modo “Orbi della vecchia identità, finiranno col dimenticarla del tutto e non sapranno di conseguenza neppure metterla davvero in questione. Indossatana una nuova, non sapranno portarla con disinvoltura, dovendo fingere un patrimonio che comunque non possono amministrare perfettamente. Il destino che hanno di fronte, di partito senza storia nè fisionomia, si preannuncia triste”, oggi sono sconfitti nella casa che hanno contribuito a costruire e chi l’ha abbandonata rischia di apparire nostalgico di una storia non più riproponibile.

Ai socialisti in movimento spetta un grande compito che non si risolve nel ricomporre il mosaico delle loro disperse forze, ma nel ricostruire una forza che contamini della loro cultura anche chi oggi ha scelto la strada dell’autonomia a sinistra del PD.

Aldo Potenza

29/04/2017

 

Uno strano Paese, di Angelo Sollazzo

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Le analisi del voto sono proprio una coperta corta che ognuno tira dalla sua parte.
Renzi si attribuisce arbitrariamente il 40% del SI. Tutta roba mia,si diceva una volta. Altra furbata. Ma la sberla ricevuta non gli è bastata.

Con il SI si sono schierate le armate al completo della Confindustria, con le migliaia di aziende associate, la CISL con tre milioni di iscritti,la Coldiretti con un milione e passa di iscritti, l’Unione Bancaria e tutte le banche grandi e piccole,la FIAT, con quello che rappresenta ancora in Italia, quasi tutte le associazioni professionali, tutti i canali televisivi RAI e Mediaset, quasi tutta la grande stampa, il sistema finanziario italiano e straniero, JP Morgan, Goldman Sachs, l’Unione Europea, Obama e gli Stati Uniti, la Gran Bretagna,con capofila Tony Blair etc.

Tutti amorevolmente uniti per trarre vantaggio dalla riduzione di democrazia in Italia che il Referendum proponeva.

Tutti renziani? Tutti del PD? Ma non scherziamo.

Sul Fronte del NO si assegnano la vittoria da una parte la Lega e dall’altra il movimento 5Stelle.
Per carità hanno fatto la loro parte, ma dimenticano i loro stessi numeri (10% e 25%). Ed il resto? Si dimentica l’oltre l’80% dei giovani, il Sud dove il NO ha stravinto e certamente non vota Lega, i disoccupati, gli sfruttati dai vouchers, gli otto milioni di poveri, i costituzionalisti più preparati, la sinistra storica e quella giovane che dopo anni è tornata al voto, dopo aver disertato le urne, per difendere la Costituzione, facendo tornare la percentuale dei votanti al 70%.Certo i 5Stelle hanno buone ragioni da far valere e rappresentano istanze che i partiti tradizionali hanno trascurato, ma fino a quando i candidati a governare confondono il Venezuela con il Cile, Fidel Castro con Chavez, o dicono che il Kenia sia una medicina, allora proprio non ci siamo. C’è ancora bisogno di cultura.

Il fronte del NO non vuole e non deve essere una coalizione di governo.

Anche per il Divorzio avevamo per il NO dai fascisti ai comunisti estremisti.
Una domanda semplice pochi la fanno. Tu, Renzi, chiedi al popolo, vuoi non contare più nella scelta dei parlamentari, poiché con l’Italicum e trucco annesso dei capilista, i deputati li scelgo in stragrande maggioranza io, i senatori, controllando 17 Regioni su 20, li scelgo sempre io, con consiglieri regionali e sindaci che mi sono fedeli ed il tuo voto non vale un tubo? Ed il popolo ha risposto come doveva con una valanga di NO. Altra domandina. vuoi che risparmiamo solo 24 milioni,senza considerare diarie e trasferte, non abolendo il Senato, ma facendolo a mia somiglianza, ed in contemporanea spendo 170 milioni per l’acquisto del nuovo aereo presidenziale e 10 milioni per i miei consulenti fiorentini, mettendo, anche, a capo dell’Ufficio Legislativo un vigile urbano della mia città?

Ecco senza approfondire troppo,e bisognerebbe farlo, la risposta c’è stata a domande facili.
Occorre ritornare alla politica,alle culture politiche,alla preparazione politica. Le scorciatoie portano solo disastri.

La furbizia viene sempre battuta dall’intelligenza.

Angelo Sollazzo

Dopo il successo del NO al referendum del 4 dicembre

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Care compagne e cari compagni,

i socialisti che in questa lunga campagna referendaria hanno sostenuto le ragioni del No dando vita ad un proprio Comitato ringraziano tutti coloro che fin dalle prime ore hanno accolto il nostro appello, hanno fatto proprio il senso di una battaglia democratica figlia della nostra storia e della nostra cultura riformista e con un impegno e una passione, che sono andati ben oltre ogni migliore aspettativa, hanno contribuito a conseguire questo straordinario risultato di popolo.

Abbiamo così, tutti insieme, difeso la nostra identità e costruito le condizione per allargare la nostra comunità, reagendo all’arroganza e alle intimidazioni di chi voleva ingessare l’iniziativa socialista nel disegno autocratico di Matteo Renzi.

Come la maggioranza degli italiani, cosi la maggioranza dei socialisti si è ribellata e ha prodotto una “valanga di No” per difendere il proprio diritto di voto, lo spirito democratico della Costituzione, contestando sia il merito che il significato politico della proposta del governo.

Con il nostro Comitato abbiamo costruito rapporti nuovi con tanti socialisti dispersi, giovani e anziani, quelli che potranno consentire presto la rinascita di un Psi su base nuove, quelle del No, e contemporaneamente promuovere la riorganizzazione di un’area socialista larga, partendo dalla vecchia convinzione che non c’è sinistra senza una sinistra socialista riconoscibile.

I socialisti del No hanno potuto intercettare in questi mesi le speranze e il sentimento della maggioranza del popolo italiano, e dei giovani in particolare, quelli che aldilà dei partiti e delle logiche di schieramento hanno fatto una scelta di campo per difendere il potere della propria sovranità e aprendo una strada di profondo cambiamento rispetto all’involuzione politica che l’Italia ha conosciuto in questi ultimi vent’anni.

Come accadde nel ’74 con il referendum del divorzio, gli italiani hanno espresso con il NO il bisogno di un grande cambiamento politico e sociale, hanno voluto fermare un processo di continua degenerazione, hanno dato un segnale preciso, che non assolve né la politica né le istituzioni, ma rivendica una politica nuova.

Spetta quindi adesso anche a noi socialisti del No non interrompere il percorso e come avevamo annunciato prima del voto andare avanti, non disperdendo le energie che abbiamo messo in campo, ben sapendo che le forze sconfitte, sia interne che esterne al paese, non si fermeranno davanti alla battuta d’arresto che hanno subito il 4 dicembre.

Per questo dobbiamo presto moltiplicare le occasioni di incontro sia a livello nazionale che a livello locale. e presto convocheremo una riunione per una valutazione collettiva del voto e delle sue conseguenze.

Come socialisti per il No parteciperemo ad ogni manifestazione e confronto con tutti coloro che hanno vissuto la grande esperienza del No con altre sigle e altri comitati e con le forze riformiste della sinistra che hanno sostenuto il No dobbiamo sentirci impegnati a costruire un progetto politico duraturo.

Da subito possiamo individuare tre obbiettivi.

La battaglia contro l’Italicum, per seppellire ogni ulteriore tentativo di ripristino di leggi maggioritarie e contemporaneamente incostituzionali, facendo la nostra parte perché il Parlamento, libero dai condizionamenti del Governo e forte del consenso polare, approvi una legge elettorale rappresentativa del popolo, quindi proporzionale, per sostituire un parlamento di nominati con un parlamento di deputati e senatori eletti direttamente dai cittadini.

Dobbiamo saper cogliere dal voto referendario il senso profondo della riscoperta dell’amore popolare per la democrazia, da allargare alla partecipazione dei cittadini e non da restringere; dobbiamo saper cogliere il grido d’insoddisfazione che si é levato con il voto referendario che ha sottolineato quanto siano aumentate le diseguaglianze tanto nel nord industrializzato come nel sud del nostro paese; quanto sia aumentato il numero dei poveri e dei disoccupati giovani e non e il conseguente disagio sociale della popolazione. Un impegno che può essere favorito dall’approfondimento e dalla conoscenza della storia e delle esperienza del movimento socialista italiano.

Infine contribuire a riorganizzare con tutti coloro che ci stanno un’area larga della sinistra socialista italiana capace di essere influente nelle scelte di politica economica e internazionale, con un progetto chiaro di riforma per uno Stato più giusto, garante di diritti sociali uguali per tutti e di libertà, con l’obiettivo primario di dare una risposta di governo convincente ai nuovi e vecchi problemi del paese. Un’area socialista larga in grado di affrontare le prossime scadenze elettorali ed avere una significativa ed autonoma rappresentanza parlamentare.

Appello finale del Comitato socialista per il NO

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LOGO COMITATO SOCIALISTA PER IL NO
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Compagne e compagni,
se è vero che prudenza ed esperienza ci inducono a non dare per certa una vittoria percepita, non è certamente imprudente prepararsi a gestire la difficile fase politica che si aprirà dopo il voto referendario e a predisporre idee, strumenti e iniziative per far fronte a due possibili scenari.
Se prevarrà il NO, verrà bloccato l’assalto all’impianto democratico della Costituzione. E’ questo un obiettivo essenziale ma dobbiamo essere consapevoli che non si bloccherà, da parte dello schieramento battuto, il tentativo di svuotamento dei contenuti di autonomia e del carattere di sovranità statale e democratica della Carta. I tentativi di rivincita riemergeranno anche perché vasto è il fronte, interno ed esterno, dai connotati non solo economici ma anche politici e culturali, che ormai colloca le Costituzioni dei popoli come reperti di archeologia, inadatte a farsi permeabili ai processi di globalizzazione, alle necessità di unificazione e omogeneizzazione della governance, alle leggi del mercato.
L’obiettivo di questo largo fronte è chiaro, più volte dichiarato ed anche teorizzato: le Costituzioni devono perdere la “rigidità” fondata sulla sovranità nazionale e popolare, unica titolare della difesa e della revisione del sistema dei diritti e dei poteri democraticamente conquistati; le Costituzioni – in sostanza – devono perdere la loro forma storica a favore di una forma “flessibile”, di “legge-regolamento” la cui malleabilità deve seguire i cicli congiunturali dell’economia mondiale e dell’equilibrio dei poteri che di volta in volta si ridisegnano.
Da tempo forze potenti si stanno muovendo contro il costituzionalismo democratico, individuato soprattutto in quei sistemi politici dell’Europa “periferica”, marginale, come viene classificata l’Italia. In un noto report di J.P. Morgan del maggio del 2013 (The Euro area adjustment: about halfway there) tali sistemi si sono ricostruiti in seguito a dittature e sono segnati da tali esperienze. Le Costituzioni “tendono a mostrare una forte impronta socialista, riflettono la forza delle Sinistre politiche, una forza conquistata nella lotta al fascismo”. Sistemi politici da correggere, quindi, perché da questa forza discendono: esecutivi deboli, un debole centralismo dello Stato rispetto alle regioni, la costituzionalizzazione dei diritti dei lavoratori, il clientelismo e tanto altro da raddrizzare. Ma non è solo l’opinione di una Banca mondiale. Recentemente molti rappresentanti di interessi forti si sono espressi a favore di un “riorientamento” della nostra Costituzione nel senso del “vento” dei mercati, dalla Goldman Sachs (settembre 2016) alla Confindustria.
La riforma costituzionale di Renzi è dentro questa “tendenza”. L’obiettivo della Costituzione malleabile era già dentro la nascita di questo Governo. Nel disegno di legge costituzionale presentato dal Presidente del Consiglio l’8 aprile del 2014, si legge con chiarezza che il processo di revisione deve seguire “l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (…) e alle relative stringenti regole di bilancio.” Il governo Renzi, senza alcuna dichiarazione al Parlamento, ha annullato il processo di revisione costituzionale dell’articolo 138 già avviato e a buon punto dell’iter parlamentare, sostituendolo con una iniziativa, non del Parlamento ma di una commissione, che ha dato al governo centralità di iniziativa nel ridisegno costituzionale.
La riforma costituzionale del governo segue il “vento” dei mercati. La “nuova” Costituzione, secondo Renzi, è pensata per far fronte alle “sfide derivanti dalla internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale” e a questo imperativo si deve sacrificare l’impianto del costituzionalismo democratico.
A dividere il Paese e a infiammare la campagna referendaria non è stata certamente la comune e sentita richiesta di ridurre il numero dei parlamentari (e non secondo le recenti pulsioni populistiche del nostro premier) oppure il superamento del bicameralismo paritario (ben dibattuto sin dentro la Costituente del 1947!) o –ancora- il superamento del CNEL. Quello che divide e dividerà anche dopo il 4 dicembre, è la natura della nostra Costituzione declassata a legge-regolamento. Non si fa fatica a riconoscere che la vittoria del SI’ aprirebbe la prospettiva di una revisione “permanente” della Costituzione perché la forza politica che vincerà le elezioni, con il premio di maggioranza che trasforma le minoranze politiche in maggioranze parlamentari, potrà prendere in ogni momento iniziative nel solco della demolizione del costituzionalismo democratico.
Questo sarà il terreno di battaglia politica dei socialisti a partire dal 5 dicembre e su questo terreno lavoreremo con le forze riformiste che hanno scelto il NO e quella parte della sinistra che avrà la forza e l’intelligenza di non farsi trascinare in una battaglia di pura difesa dell’esistente.
I socialisti per il NO, come hanno già detto nella Lettera aperta a tutta la sinistra, rivolgono un appello a tutte le forze democratiche e riformiste per aprire un confronto che prenda atto della necessità di dar vita a una Costituzione che si collochi in una dimensione globale partendo dall’identificazione del confine tra sovranità nazionale inalienabile e parti di sovranità nazionale negoziabili.
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Comitato Socialista per il NO
Presidente Onorario Rino Formica
Presidente Bobo Craxi
Angelo Sollazzo
Roberto Biscardini
Gerardo Labellarte
Pieraldo Cucchi
Aldo Potenza
seguono oltre tremila firme