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Socialisti in Movimento, di Alberto Angeli

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Il confronto che si è aperto tra i sostenitori dell’area culturale “Socialisti in movimento”, con l’intento di ridefinire identità e ruolo del socialismo, si svolge in un momento in cui la crisi sociale, politica e economica ha raggiunto livelli di seria preoccupazione per la tenuta del sistema. Per dirla con Bauman : “le politiche neoliberiste degli ultimi vent’anni hanno posto le condizioni per lo sgretolamento del tessuto sociale, esaltando la libertà dell’individuo a scapito della dimensione collettiva. Ma una simile libertà, basata sull’assenza di limiti, sul disinteresse al bene comune e sul conformismo, è in realtà illusoria per la sua sudditanza ai modelli e ai consumi imposti dal mercato, e ha come conseguenza l’aumento dell’impotenza collettiva e la paralisi della politica, diventata sempre più locale e insignificante”.

Da qui prende corpo la sfiducia e il senso di solitudine e di precarietà che spinge il cittadino ad una sorta di rivolta contro il sistema, di cui denuncia con rabbia l’incapacità a mettere in atto i necessari meccanismi di protezione dalla crisi economica vissuta attraverso la disoccupazione, in specie tra i giovani, dalla profondità ed estensione  della povertà, dalla mancanza di un reddito minimo garantito. Con la fine delle ideologie, che consegue a questa crisi, la rivolta travolge ogni senso di solidarietà, di umanità e spinge l’uomo a manifestare diffidenza e preclusione verso forme aperte di accoglienza, in specie nell’attuale momento storico in cui il fenomeno della migrazione è divenuto drammatico.

Albert Camus, nell’Uomo in rivolta, dà un’antologia di questa filosofia della ribellione, che percorre la storia dell’uomo, dalla Grecia fino a noi, intesa come ribellione contro ogni oppressione e contro ogni ordine umiliate per l’uomo. Su questo terreno, l’uomo rimane prigioniero della sua solitudine se non si ribella e per questa via trovare le forme di una nuova solidarietà sociale.  Quindi, passare dall’Io di Max Stirner dell’Unico e la sua proprietà, al NOI della solidarietà.

Si tratta di una passaggio difficile, se si considera la portata della crisi in cui siamo intrappolati. Circa 240 guerre si svolgono quotidianamente in numerosi paesi, milioni di bambini soffrono la fame e sono in pericolo di vita; milioni di donne e uomini cercano di fuggire dalle guerre, dalla fame e dalle carestie, mentre il pianeta terra è sottoposto alla depredazione delle sue risorse con gravi ripercussioni sul clima e sulla tenuta del sistema climatico globale. Il capitalismo finanziario è il dominus di questo sistema globale; l’occidente e le grandi potenze sono asservite al suo dominio e alle regole che presiedono la governabilità del sistema. Non occorre qui richiamare Karl Marx per descrivere il concetto del feticismo delle merci, ma pur semplificando quanto Engels ha completato di tale pensiero, ad esso si deve la forza e la portata teorica del materialismo, cioè dei rapporti che costituiscono la struttura economica della società, in cui determinanti sono le forze produttive e i rapporti di produzione.

Il fenomeno, di cui sinteticamente abbiamo parlato, cioè della ribellione dell’uomo, nel nostro Paese assume un rilievo ancora più marcato. La crisi della sinistra è un dato ineludibile. I tentativi di trovare una risposta mediante aggregazioni alla sinistra del PD renziano, avanzano con difficoltà, e non paiono offrire un richiamo elettorale convincente, come riportano gli ultimi dati elettorali. Quello che però interessa al cittadino ribelle sono le proposte, che la sinistra deve formulare per recuperare il consenso; per l’occupazione, per il diverso modello economico, per una vera riforma della scuola, dell’Università e rilancio della ricerca. Come sostenere uno sviluppo economico industriale compatibile con la difesa dell’ambiante e del clima globale, come abbattere il debito pubblico e sostenere con forza una politica di solidarietà sociale, abbattere le disuguaglianze e affrontare i temi della sicurezza e dell’accoglienza con seri progetti politici. Impostare un’educazione civica e storica tesa a valorizzare la Repubblica e recuperare il senso della democrazia e del rispetto delle istituzioni.

Qui il ruolo del socialismo diviene il marcatore della diversità politica. La storia del PSI è parte della storia del Paese. Non è questo il tema che i “Socialisti in movimento” intendono valorizzare, poiché l’identificazione del PSI è limitata alla figura di un piccolo e insignificante raggruppamento che sta perdendo il senso della storia e della sua funzione. Nella nostra prospettiva si colloca la ricerca di un socialismo che è si storico, ma per il fatto che appartiene ad un filone filosofico e sociologico su cui si è impegnato l’interesse di studiosi ed economisti di grande rilevanza culturale.

Engels, è dopo Marx, il pensatore più acuto che ha dato un senso teorico allo studio del socialismo scientifico, alternativo a quello utopico e riformista.

Non è questa la sede per approfondire le linee percorse dal lavoro engelsiano sulla definizione del socialismo scientifico, poiché intendiamo limitarci solo a considerare come il socialismo debba oggi rispondere ad una crisi che non può più essere affrontata usando le vecchie formule del passato, o ricorrendo a tentativi pasticciati di una sinistra che gioca nell’ambito del sistema capitalistico per portare correzioni. Il socialismo, per il quale intendiamo lavorare, deve guardare oltre e porsi l’obiettivo di una società nella quale l’uomo riacquisti il desiderio della comunità e della socialità, si senta libero e partecipe del benessere che è chiamato a produrre, liberandosi dalla schiavitù del consumismo e dallo sfruttamento capitalistico.

Alberto Angeli

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Renzi, Alfano e Nencini a casa, di Angelo Sollazzo

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Ci vuole una bella dose di faccia di bronzo rimediare una sonora batosta elettorale e far finta di nulla.
Cosa deve accadere ancora per vedere delle dimissioni vere? Un terremoto ondulatorio e sussultorio, uno tsunami, una guerra mondiale per far muovere dalla poltrona Renzi e soci?
Renzi governativo è stato un vero disastro, ha tentato di realizzare da sinistra il programma di Berlusconi, solo che gli italiani tra copia e originale preferiscono l’originale.

Dopo il rovinoso risultato del Referendum, di una prima cocente sconfitta alle amministrative , della perdita di circa un milione di voti alle primarie e con la disfatta di ieri , sarebbe stato logico aspettarsi le dimissioni. Invece il commento è allucinante: gli sconfitti sono gli altri, non esiste un nesso politico e nessun risvolto nazionale.Nessuna autocritica alla mutazione genetica del centrosinistra, alla perdita di consenso tra i lavoratori, i giovani ed i ceti poveri.

Il Renzismo è stato rigettato più volte in tutte le sue sfumature, i rampanti , i rottamatori e gli arroganti hanno avuto il ben servito. Se Renzi è stato sconfitto in modo inequivocabile, Grillo non può certo gioire visto che è scomparso quasi ovunque. È un gioco lezioso e da sprovveduti parlare di un passo avanti visto che cinque anni fa non esistevano. La forza politica si misura su quello che si è oggi e non ieri o prima ancora.

Renzi e Grillo hanno fatto il miracolo di resuscitare Berlusconi, ormai considerato ibernato.
La sinistra, liberata dai lacci centristi e dai pruriti prodiani, deve ricostruire la sua unità con un programma chiaro, con una scelta di campo decisamente a favore dei poveri e del lavoratori e con una classe dirigente che lotta per gli ideali e non per la propria poltrona.
Del manipolo nenciniano evito di parlare per amor di patria. Il socialismo, ideale più alto della storia dell’umanità, merita ben altro.

I socialisti tra breve verranno chiamati a raccolta per ricostruire insieme e senza esclusioni di sorta la loro casa comune.

Angelo Sollazzo

Dal 4 dicembre al 18 giugno. Socialisti in Movimento: Assemblea nazionale per la democrazia e l’uguaglianza

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L’appuntamento politico-elettorale del 2018 sarà, per gran parte del popolo socialista, l’occasione di una verifica delle scelte compiute nel corso degli ultimi anni.

Nel corso degli anni siamo diventati tutti consapevoli del fatto che il puro e semplice richiamo alla nostra identità non ha in sé alcuna capacità di attrazione.

Ma nel frattempo ci siamo divisi sulle conseguenze da trarne. Da una parte quanti hanno pensato che il richiamo al socialismo non avesse più senso nella società italiana del ventunesimo secolo. Dall’altra quelli che, come noi, ritengono che il difetto fosse essenzialmente nostro: nella nostra incapacità ad offrire risposte adeguate alla domanda potenziale di socialismo e di democrazia che pure esisteva ed esiste nel nostro paese e che ritengono che la questione socialista si aprirà nella sinistra italiana così come si è aperta in molti altri paesi.

Di qui la nostra totale adesione – come Socialisti in Movimento – alla battaglia referendaria per il No. Scelta ampiamente ripagata dal risultato del 4 dicembre. Un risultato che abbiamo raccolto, insieme, con grande entusiasmo e con grande rispetto. Con grande entusiasmo perché abbiamo avuto modo di constatare, senz’ombra di dubbio, che posto di fronte ad un quesito, che non investiva semplicemente il contenuto di una riforma ma anche la natura del leader e del governo che l’aveva proposta e più in generale le politiche economiche e sociali della seconda repubblica, il popolo italiano avrebbe risposto con un sonoro No. Con grande rispetto perché eravamo convinti che questo No non appartenesse a nessuno e non potesse essere utilizzato da nessuno per i propri fini particolari; ma che, invece, obbligasse tutti a seguirne le indicazioni.

Seguirne le indicazioni” significava almeno tre cose. Mantenere l’operatività unitaria dei comitati creati in vista del referendum; contrastare e cercare di modificare le politiche che gli italiani avevano condannate; e, infine, operare, da subito perché le attese espresse dal voto trovassero un adeguato e, aggiungiamo subito, autonomo punto di riferimento nel prossimo parlamento.

A nostro parere, nei sei mesi che sono intercorsi tra il 4 dicembre e il nostro appuntamento di Roma, poco è stato fatto in queste tre prospettive: un vuoto sostanziale nell’iniziativa dei comitati; l’affermarsi incontrastato di pratiche e di scelte di governo in totale controtendenza rispetto alle aspettative della maggioranza degli italiani; e infine il concentrarsi del dibattito politico intorno alle formule, alle persone, alle leadership e persino il ritorno dell’Ulivo e del vecchio centrosinistra, che nel migliore dei casi non hanno nulla a che fare con i nostri problemi e, nel peggiore, ne ostacolano gravemente la soluzione.

Oggi, l’appello Falcone/Montanari e l’incontro di Roma per gestire insieme gli sbocchi del voto del 4 dicembre, rappresentano un ritorno al punto di partenza e insieme un richiamo ad una correzione di percorso.

In primo luogo: il richiamo al ruolo essenziale delle strutture di base, degli apolidi, della sinistra frantumata e dispersa per un processo che, in linea di principio, esclude solo coloro che “non ci stanno”; il carattere unitario di questo processo a immagine e somiglianza di un No che coinvolge i liberali così come la sinistra radicale; e, infine e soprattutto, lo sbocco politico, con la presentazione di una lista unitaria “per la democrazia e per il lavoro”.

Da oggi i Socialisti in Movimento, nati dall’ esperienza dei Comitati Socialisti per il No, si sentono partecipi, con la dignità dei propri valori, di questo nuovo progetto politico, da costruire insieme, per proporre al paese soluzioni coraggiose e affrontare la grave crisi sociale e politica che attraversa.

Toccato il fondo, di Angelo Sollazzo

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Il dibattito di questi giorni sulla legge elettorale dimostra come la classe dirigente politica abbia ormai toccato il fondo.

A fronte di una chiara decisione della Corte Costituzionale, che ha spazzato via Procellum, Italicum ed ammennicoli vari, i partiti maggiori si sono arrovellati per tentare di approvare una legge che potesse solo tutelare gli interessi delle forze politiche maggiori. Prima il preferito era il sistema Mattarellum, quindi il Provincellum, infine quello tedesco. In queste ore anche la scelta germanica è stata accantonata e siamo di fronte ad un nuovo pastrocchio, sempre che superi il vaglio postumo dell’Alta Corte.

Cosa che fa specie è la rinuncia a ritornare alle preferenze, che erano state invocate da tutti per riavvicinare l’eletto all’elettore. Perfino il PD, per non parlare di Forza Italia, declamavano la loro volontà a far eleggere direttamente dai cittadini i loro rappresentanti. Cosa ancora più eclatante è stata la inversione di marcia dei 5Stelle, che dopo avere considerato il ritorno alle preferenze come loro linea del Piave, si sono miseramente attestati sulle posizioni degli altri. La verità è che Grillo è come Renzi e Berlusconi e vuole parlamentari dimezzati e non autonomi in quanto nominati dei padroni del vapore. Poco importa se in un sondaggio ben l’82% degli italiani ha detto di preferire il ritorno alle preferenze, per scegliere il proprio rappresentante e non funziona neanche la pantomima della governabilità, visto che dal 1994, senza preferenze, i Governi sono caduti come birilli, che il potere di ricatto ha avuto notevole espansione e che i gruppi parlamentari sono cresciuti da 7/8 a 25/30. Quindi non raccontiamoci frottole.

Per non parlare dello sbarramento del 5% che potrebbe anche significare la non rappresentatività di 8 o 10 milioni di elettori.

La democrazia si esprime con la rappresentanza di tutti, anche con le forze minori ,ed i Costituenti scelsero il proporzionale per tutelare il diritto di tribuna delle minoranze. Renzi ,Grillo e Berlusconi sono la rappresentazione della stessa politica. Basta con le finzioni . Si ritorni al partiti veri, si applichi l’art.49 della Costituzione sulla trasparenza e democrazia interna delle formazioni politiche, si ritorni agli ideali puri ed alle culture politiche che hanno governato e consentito la libertà di espressione da decenni nel nostro Paese.

Angelo Sollazzo

Legge elettorale e prima Repubblica, di Angelo Sollazzo

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Nel frasario politico attuale la prima repubblica viene definita la “madre dell’inciucio”, i suoi protagonisti espressione della corruzione, i partiti politici ferrovecchi del 900.
All’inizio tutti, o quasi,gli italiani erano stati presi dalla mania di cambiare, modificare o rottamare. Senonché i risultati degli ultimi venticinque anni sono stati a dir poco disastrosi.
Iniziò Berlusconi che in politica ci arrivò per salvaguardare i propri interessi, inizio a parlare di teatrino dei partiti, ad usare massicciamente il potere televisivo, a mobilitare aziende e dipendenti, a trasformare la politica in un vero spettacolo di cabaret. Tutto ciò senza affrontare il tema dei comportamenti personali, olgettine, pupe e via dicendo, che ci hanno creato la derisione di mezzo mondo. Sono quindi arrivati sulla scena Grillo e Renzi. Quest’ultimo, da buon comunicatore, cerca sempre di attribuire ad altri le sue pecche. Con grande coraggio parla di lotta alla corruzione, anche nel momento in cui si vedono in grande difficoltà suo padre e la sua amica Maria Elena Boschi, mentre una componente del Governo, incappa nello scandalo dei petroli in Basilicata, in casa PD ci sono arresti a valanga, etc.

Renzi parla di cambiare l’Italia, dopo essere stato per ben tre anni capo del Governo senza combinare nulla e dando la colpa a chi lo ha preceduto. I politici brutti e cattivi sono altri, lui è buono e vergine. Una bella faccia tosta quando, dopo aver annunciato il ritiro dalla politica per la sonora batosta rimediata al Referendum costituzionale, ritorna in campo come niente fosse. Sulla legge elettorale cambiare idea è divenuta un’abitudine. L’ultima prevede il 50% dei seggi assegnati in collegi uninominali piccoli, e l’altro 50% con il proporzionale e liste bloccate.
Insomma il fatto che l’82% degli italiani vuole il ritorno al voto di preferenza, per scegliere direttamente il proprio rappresentante a Renzi non interessa affatto. Per i collegi uninominali sceglie il Partito, per le liste proporzionali sceglie sempre lui. In barba alla Corte costituzionale ed alla volontà degli italiani. Tutti nominati e tutti amici. Grillo inizia denunciando malcostume ed imbrogli vari, da comico arguto tocca le corde della sensibilità degli italiani arrabbiati.
Si perde, invece quando tenta di trasformare il suo movimento protestatario in forza di Governo.
Protestare è importante, ma poi serve governare. Le scelte dei capi del Gruppo non sono tra le più felici. Il prescelto capo del Governo si confonde nell’uso del congiuntivo, mostrando chiaramente qualche difficoltà con la lingua italiana, poi confonde ancora la professione del sociologo con quella dello psicologo, afferma che Pinochet è stato dittatore del Venezuela e non del Cile, invece il candidato ministro del esteri chiede i vaccini gratuiti per tutti, non informandosi che lo sono sempre stati. Insomma strafalcioni a ripetizione. Possono questi governare l’Italia? No, non è possibile.
I tanto vituperati partiti selezionavano la classe dirigente, preparavano i quadri, escludevano gli incapaci. Il politico prima di aspirare allo scranno parlamentare doveva fare la gavetta in periferia , veniva sottoposto a continue valutazioni e veniva eletto direttamente dagli elettori.
Certo vi erano comportamenti scorretti, corruttele varie , responsabilità gravissime, ma mai a livello di quanto accade oggi. Basterebbe applicare l’articolo 49 della Costituzione sulla trasparenza e sulla democrazia interna ai Partiti, per avere una classe dirigente degna di questo nome. Ritorniamo alla politica vera , ricostruiamo i Partiti, selezioniamo i candidati, ritorniamo agli ideali ed alle culture politiche. I personalismi portano male, il collettivo evita avventure.

Angelo Sollazzo

Introduzione di Roberto Biscardini all’Assemblea “Socialisti in Movimento” di Milano

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Biscardini

Socialisti in Movimento rappresenta l’inizio di un percorso per la costruzione di una sinistra socialista nuova, in una fase in cui finita la Seconda Repubblica e non chiari i contorni della Terza, è comunque certo che non c’è né una sinistra né tantomeno una sinistra socialista.

Questo è lo spazio che possiamo occupare.

Socialisti in Movimento nasce soprattutto dall’esperienza dei Comitati Socialisti del No con la quale abbiamo sperimentato il valore di una battaglia concreta e abbiamo capito bene come vecchi partiti e vecchie sigle non sono più assolutamente sufficienti per delineare una politica nuova, soprattutto una politica coraggiosa che sappia raccogliere compagni e cittadini anche finora lontani, quindi nuove energie.

Allo scenario patetico e umiliante dell’attuale situazione abbiamo il dovere di reagire e chi ha più esperienza e più anni ha il dovere di fare qualcosa per avviare un processo che guardi al futuro, incoraggiando e aiutando le più giovani generazioni.

Qualcosa da fare non per i socialisti, e per soddisfare la loro voglia di ritornare in azione, ma per il socialismo e per una nuova società socialista.

Per i tanti “socialisti di fatto”, che lo sono senza saperlo, e per costruire una forza agile che sappia indicare con strumenti innovativi le risposte ai bisogni dell’oggi, coerentemente ai vecchi ideali e ai vecchi principi, senza paura di volare alto, sopra la povertà che spesse volte caratterizza il convento della sinistra attuale.

Quella sinistra che fa fatica a muoversi perché ha troppe incrostazioni consociativistiche su di sé. Perché ha alle sue spalle troppi compromessi con pratiche di governo sbagliate. Quella sinistra che ha votato tutto, 60 fiducie, ha votato le cosiddette riforme costituzionali, elettorali, il jobs act, la Buona Scuola.

Quella sinistra che ormai è piegata alle logiche finanziarie e capitalistiche senza alcuna dignità e che si porta dietro una responsabilità ancora più grande: aver tradito i propri valori, i propri principi. Inducendo con ciò il popolo italiano a riconoscere come di sinistra normali politiche di destra, e peggio ancora, abituando il popolo di sinistra anche a pensare come il popolo di destra, ad avere gli stessi sentimenti e le stesse pulsioni.

Cosicché se noi Socialisti in Movimento solleviamo questioni di giustizia e di libertà proprie della sinistra e del socialismo veniamo tacciati come radicali o populisti.
Ma non è così, cerchiamo di porre solo questioni che appartengono al programma minimo di una sinistra da ricostruire. Partendo dal basso e dall’individuazione di battaglie concrete.
Perché è solo nel concreto che può rinascere una forza della sinistra socialista, larga e unitaria, dialogante, ma con le proprie idee, per costruire una sinistra ad oggi distinta e distante dal Pd.
Per esigenza di sintesi, il nostro programma di lavoro, anche a partire da Milano e dalla Lombardia deve concentrarsi sui temi della democrazia e del lavoro e sui temi di carattere internazionale che riguardano in particolare i rapporti tra la nostra sovranità e l’Europa.
Battaglie immediate per programmi immediati e prima fra tutte già nei prossimi giorni, la battaglia per una legge elettorale proporzionale, senza premi di maggioranza e senza capolista bloccati.
Per questo Socialisti in Movimento si organizza a livello centrale ma si articola nei comitati locali, anch’essi impegnati a costruire il programma nazionale e locale del movimento.
In Lombardia i prossimi appuntamenti saranno sui contenuti, anche in vista delle prossime elezioni regionali da far valere indipendentemente dalle modalità con le quali ci presenteremo alle prossime elezioni.

Roberto Biscardini

29/04/2017

Intervento di Aldo Potenza all’Assemblea “Socialisti in Movimento” di Milano

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Aldo Potenza

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E’ frequente ascoltare interventi che sostengono superate le divisioni fra destra e sinistra. Ovviamente le caratteristiche della destra e sinistra del ‘900 oggi si presentano in forme diverse rispetto al passato, ma questa condizione non può indurci a credere che le questioni di quel tempo siano superate e tutto si risolva in un tecnicismo che non abbia alcun riferimento alle categorie destra e sinistra.

La liberalizzazione dei capitali, la pressante spinta verso le privatizzazioni in ogni campo, la richiesta di sempre meno tutele per il lavoro etc, sono tutte riconducibili a precise culture di riferimento ed in particolare alla scuola di pensiero di Milton Friedman e George Stigler che hanno posto il mercato e la libera concorrenza (libera da “interferenze” della politica) come naturale regolatore dell’economia, della finanza e infine delle condizioni dell’uomo.

I primi sostegni a tale politica vennero in Italia da Gianni Agnelli, che in una intervista concessa il 30 gennaio 1975 al Corriere della Sera sostenne che ” Probabilmente dovremo avere governi molto forti che siano in grado di far rispettare i piani a cui avranno contribuito altre forze oltre a quelle rappresentate in Parlamento; probabilmente il potere si sposterà dalle forze politiche tradizionali a quelle che gestiranno la macchina economica; probabilmente i REGIMI tecnocratici di domani ridurranno lo spazio delle libertà personali. Ma non sempre tutto ciò sara un male.”
Forse è il caso di ricordare che in precedenza fu pubblicato a cura della Trilateral Committee un rapporto il cui titolo era “The Crisis of Democraticy”.

Più recentemente sono poi venute allo scoperto le “cure al sistema democratico” sostenute con gran forza dal mondo dalla finanza ovvero la necessità, in particolare per l’Italia, di modificare la nostra Costituzione considerata a forte impronta socialista e pertanto da “riformare” in modo che la cultura neoliberista possa avere pieno riconoscimento costituzionale.

Il recente referendum con la vittoria del no ha momentaneamente sconfitto questo disegno, ma sia l’orientamento dell’UE, sia l’inacapacità del PSE che con le politiche presentate come modernizzazioni ha lentamente smarrito le tradizionali politiche socialdemocratiche e ha favorito l’affermarsi della cultura e dell’azione di governo ispirata al neoliberismo, rendono estremamente fragile la difesa rappresentata dalla Costituzione.

I socialisti e la sinistra democratica, al contrario dei neoliberisti, pur sostenendo la libera iniziativa, pongono al centro della loro azione le condizioni dell’uomo e non sono disponibili ad alienare i diritti dei cittadini e dei lavoratori in nome delle forze economiche e finanziarie che dominano il mercato.
Appare in tutta evidenza che la difesa di quei diritti, oltre a rappresentare la linea di demarcazione fra destra e sinistra, riguarda anche la questione democratica, come l’intervento di Agnelli chiarisce oltre ogni dubbio.

Non siamo conservatori delle conquiste del 900, sappiamo che molte condizioni sono mutate, ma pensiamo che si possa e si debba cambiare mantenendo sempre al centro della nostra azione le condizioni di vita delle persone.

Un esempio riguarda il jobs act. Pochi ricordano che Renzi prima di diventare presidente del consiglio tra le azioni di riforma del mondo del lavoro affrontò la questione dei comitati di sorveglianza dei lavoratori nelle grandi imprese. Una iniziativa che con caratteristiche diverse fu affrontata già nel lontano 1944 dail socialista D’Aragona e successivamente, nel 1946, da Morandi con un disegno di legge elaborato dal socialista Massimo Severo Giannini.

Evidentemente strada facendo Renzi si è reso conto che le forze economiche italiane hanno sposato la cultura politica neoliberista e non hanno intenzione di creare strutture che introducano forme avanzate di democrazia industriale. Vogliono libertà di licenziare trattando il lavoro alla stregua di merce sul mercato.

Renzi li ha accontentati diventando, come Agnelli anticipò, il capo del governo al servizio delle tecnocrazie economiche e finanziarie.

Le conseguenze devastanti del neoliberismo, provocando un profondo malcontento che assume sempre di più un atteggiamento rancoroso verso la politica e spesso persino verso le Istituzioni, si traducono nell’elezione di Trump negli USA e nella nascita di tanti partiti e movimenti di protesta che rischiano di destabilizzare il disegno europeo che appare sempre più lontano dal progetto iniziale.
Il deserto politico culturale che è stato prodotto dalla falsa rivoluzione del 94 e dalla incapacità dei post comunisti è devastante. I comunisti, incapaci di fare i conti con la loro storia rifugiandosi in un contenitore che già nel 2002 Barbara Spinelli nel bel libro il “sonno della memoria” criticava nel seguente modo “Orbi della vecchia identità, finiranno col dimenticarla del tutto e non sapranno di conseguenza neppure metterla davvero in questione. Indossatana una nuova, non sapranno portarla con disinvoltura, dovendo fingere un patrimonio che comunque non possono amministrare perfettamente. Il destino che hanno di fronte, di partito senza storia nè fisionomia, si preannuncia triste”, oggi sono sconfitti nella casa che hanno contribuito a costruire e chi l’ha abbandonata rischia di apparire nostalgico di una storia non più riproponibile.

Ai socialisti in movimento spetta un grande compito che non si risolve nel ricomporre il mosaico delle loro disperse forze, ma nel ricostruire una forza che contamini della loro cultura anche chi oggi ha scelto la strada dell’autonomia a sinistra del PD.

Aldo Potenza

29/04/2017