Senato

Toccato il fondo, di Angelo Sollazzo

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Il dibattito di questi giorni sulla legge elettorale dimostra come la classe dirigente politica abbia ormai toccato il fondo.

A fronte di una chiara decisione della Corte Costituzionale, che ha spazzato via Procellum, Italicum ed ammennicoli vari, i partiti maggiori si sono arrovellati per tentare di approvare una legge che potesse solo tutelare gli interessi delle forze politiche maggiori. Prima il preferito era il sistema Mattarellum, quindi il Provincellum, infine quello tedesco. In queste ore anche la scelta germanica è stata accantonata e siamo di fronte ad un nuovo pastrocchio, sempre che superi il vaglio postumo dell’Alta Corte.

Cosa che fa specie è la rinuncia a ritornare alle preferenze, che erano state invocate da tutti per riavvicinare l’eletto all’elettore. Perfino il PD, per non parlare di Forza Italia, declamavano la loro volontà a far eleggere direttamente dai cittadini i loro rappresentanti. Cosa ancora più eclatante è stata la inversione di marcia dei 5Stelle, che dopo avere considerato il ritorno alle preferenze come loro linea del Piave, si sono miseramente attestati sulle posizioni degli altri. La verità è che Grillo è come Renzi e Berlusconi e vuole parlamentari dimezzati e non autonomi in quanto nominati dei padroni del vapore. Poco importa se in un sondaggio ben l’82% degli italiani ha detto di preferire il ritorno alle preferenze, per scegliere il proprio rappresentante e non funziona neanche la pantomima della governabilità, visto che dal 1994, senza preferenze, i Governi sono caduti come birilli, che il potere di ricatto ha avuto notevole espansione e che i gruppi parlamentari sono cresciuti da 7/8 a 25/30. Quindi non raccontiamoci frottole.

Per non parlare dello sbarramento del 5% che potrebbe anche significare la non rappresentatività di 8 o 10 milioni di elettori.

La democrazia si esprime con la rappresentanza di tutti, anche con le forze minori ,ed i Costituenti scelsero il proporzionale per tutelare il diritto di tribuna delle minoranze. Renzi ,Grillo e Berlusconi sono la rappresentazione della stessa politica. Basta con le finzioni . Si ritorni al partiti veri, si applichi l’art.49 della Costituzione sulla trasparenza e democrazia interna delle formazioni politiche, si ritorni agli ideali puri ed alle culture politiche che hanno governato e consentito la libertà di espressione da decenni nel nostro Paese.

Angelo Sollazzo

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Socialisti in Movimento- Intervento di Angelo Sollazzo

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Nelle ultime settimane il panorama politico ha subito cambiamenti profondi e niente può essere rapportato alla situazione di solo qualche mese fa.

La scissione nel PD, la nascita del Campo progressista di Pisapia, lo scioglimento di SEL e la comparsa di Sinistra Italiana ed in ultimo l’incauta convocazione di un congresso straordinario del PSI, rappresentano un quadro modificato della sinistra italiana con il quale confrontarsi con speranza e preoccupazione.

I socialisti italiani si stanno riaggregando in nuove forme e stanno riprendendo un loro specifico ed autonomo ruolo nella società politica.

L’appiattimento sulle posizioni del Governo renziano di Gentiloni, la mancanza di un qualsiasi dibattito interno, la determinazione a voler continue rese dei conti, hanno ridotto il glorioso PSI a poche rappresentanze nelle istituzioni, iscrizioni in calo e nessun dato elettorale in quanto da anni il Partito non si presenta con il proprio simbolo alle elezioni.

Se il dato è sconfortante per manifeste responsabilità del gruppo dirigente, non si può ritenere utile la fuoriuscita dall’attuale Partito che, nel bene e nel male rappresenta la tradizione socialista, per approdare a improbabili movimenti di nuovo conio che non hanno riferimenti ideologici chiari, a cominciare dal nome, anche se abbiamo apprezzato la presa di distanza dall’imbroglio renziano. Quindi dentro il PSI per cambiare il PSI. Le scorciatoie non servono, le parole riformista e progressista sono per noi aggettivo del sostantivo socialista e non accetteremmo di aderire a nessun movimento che non si definisca socialista. I partiti e movimenti  solo aggettivati non rappresentano alcuna cultura politica, nascono e muoiono a seconda delle convenienze dei loro gruppi dirigenti ed ispiratori. Il socialismo come le altre culture politiche ha storia, presente futuro poiché rappresenta una particolare visione della società.

Nel particolare momento politico che viviamo diventa imperativo per i socialisti e la sinistra democratica lottare e battere i populismi di destra e sinistra.
Nell’ultimo ventennio populisti sono stati Berlusconi, Bossi e Salvini, Grillo e Renzi, che separatamente hanno ingenerato il cancro dell’anti-politica con i risultati che conosciamo.
I socialisti hanno il dovere di lavorare per l’applicazione dell’art. 49 della Costituzione per la trasparenza e la democrazia interna dei Partiti come condizione essenziale per battere il populismo.
Il PSI con il congresso di Montecatini del 2008 pose il tema come elemento essenziale del suo rinnovamento per poi dimenticarlo  pensando di poterlo applicare solo agli altri. Anzi all’inizio della attuale legislatura i pochi deputati socialisti, pur eletti nelle liste del PD, presentarono una proposta di legge in tale direzione contenente un controllo terzo (Corte dei Conti?) per la trasparenza contabile ed amministrativa e addirittura all’art.18 la possibilità di rivolgersi al magistrato da parte del militante tediato ovvero per la riduzione degli spazi di democrazia interna.
Tutto questo sembra dimenticato, ma ciò che risulta ancora più grave l’accantonamento dei fondamentali del socialismo e le stesse ragioni di ritenersi socialisti attraverso voti parlamentari ed atteggiamenti che cozzano decisamente con gli ideali socialisti.

Vi sono concetti del vivere comune che devono essere al centro della appartenenza al socialismo ed alle sue strutture organizzate.

Lo stesso concetto di libertà è socialista. Libertà dal bisogno, dalla fame, dalle malattie, dalle guerre, dalla mancanza dei diritti civili.

Anche il concetto di uguaglianza è socialista, per avere tutti non solo gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti.
La ridistribuzione della ricchezza rappresenta il cardine principale della proposta socialista in economia politica. La forbice tra ricchi e poveri si è allargata in modo pauroso, abbiamo oggi quattro milioni e mezzo di poveri assoluti a cui aggiungere altri quattro milioni di cittadini sulla soglia di povertà. Una patrimoniale sulle rendite parassitarie ed assenteiste viene considerata equa perfino dalla Confindustria, mentre la sinistra balbetta su un tema di giustizia sociale. La verità è che molti di questa nuova classe politica ancora non ha compreso la differenza tra rendita e reddito. Chi fa profitto ed investe in innovazione e nuova occupazione va sostenuto, sono le grandi proprietà, i patrimoni fisici e bancari che vanno colpiti, non la produzione ed il lavoro. Al contrario si preferisce liberalizzare per creare nuovi patrimoni, per rendere aggressiva la concorrenza che di per sé diminuisce non accresce il lavoro. Se il numero di disoccupati si è impennato fino ad arrivare a due cifre, il motivo è proprio quello della riduzione selvaggia dei costi  che, quindi, porta alla riduzione dei posti di lavoro. Lo Stato sociale di cui tanto si parla viene ridotto ai minimi termini.
Ma vi sono concrete possibilità per affrontare il tema grave dei conti pubblici. Oltre alla patrimoniale occorre mettere mano all’assurdo capitolo delle spese militari, sia riducendo le missioni all’estero sia annullando le commesse per nuovi armamenti. Non si possono spendere diciotto miliardi di euro per gli aerei cacciabombardieri F35, considerato che noi italiani non siamo proprio gente che amiamo bombardare. Quindi non difesa ma offesa. Non possiamo tacere sullo scandalo del Vaticano che non paga le tasse allo Stato,possedendo oltre centomila edifici, alberghi, ristoranti, attività commerciali e a Roma non riesce nemmeno a pagare luce, acqua e gas.

I musei vaticani incassano 18milioni di euro al mese, non pagando alcuna tassa. Intanto lo Stato, a debito, impegna 20 miliardi per risanare le banche, regala con il Job Acts miliardi alla Fiat e soci, spende, in tempo di crisi, ben 23 milioni di euro per l’aereo della Presidenza del Consiglio, altro che sobrietà, consente il caporalato legale con la vergogna dei vouchers, sottrae risorse con mance elettorali, come per gli 80 euro, per poi accorgersi che oltre due milioni di persone, non avendo diritto, saranno costretti a restituire la  regalia. Non ci attardiamo a parlare , per amor patrio, degli scandali o presunti tali di Renzi padre, di Boschi padre, fidanzato Guidi, per non dire di Expò,di Ilva, di terremoto dell’Aquila, ma certo qualcosa non va se quello che sta accadendo in epoca renziana fa impallidire perfino tangentopoli. Non si comprende perché per molto meno sono state ottenute le dimissioni dei ministri Lupi e Guidi, mentre Lotti resta al suo posto.

Insomma siamo di fronte ad una pericolosa incapacità di comprendere come affrontare la crisi economica, non esiste un piano industriale, si procede a tentoni, si rischia un aumento, grave per le famiglie, dell’IVA, stiamo rischiando di far compagnia alla Grecia in quanto a disastro economico.
Renzi pensava di parlare di economia con i cinquettii ed i post di twitter e di facebook , mentre l’Italia faceva da fanalino di coda della ripresa economica che stava conoscendo tutta Europa. Se questi sono i nuovi, rivogliamo i vecchi.

Quello che non si comprende è come dopo le catastrofi elettorali delle amministrative e del Referendum nessuno si dimette. Renzi fa solo finta di abbandonare, Alfano,Nencini e company non fanno una piega, come se niente fosse avvenuto. Probabilmente per spostarli dai loro scranni ci vorrebbe un terremoto ondulatorio e sussultorio. Eravamo abituati  alle dimissioni dopo una sonora sconfitta, invece si fa finta di nulla, anzi si è ancora più arroganti e strafottenti di prima, attribuendo agli altri le proprie carenze e sconfitte. Questo è il nuovismo.

Anche nel PSI si fa finta di nulla, con un partito che non si presenta più alle elezioni, ma chiede ospitalità ad altri, come se importante non sia l’affermazione delle idee, ma la sistemazione di qualcuno. I sondaggi elettorali non rilevano la presenza socialista e quando lo fanno siamo attorno all0,1%. Siamo soddisfatti? Auguri.

Il PSI ha bisogno di far tornare il proprio simbolo sulla scheda elettorale, con liste, nel nome e nella simbologia, di chiara impronta socialista, evitando alleanze spurie  (NCD etc.), rivedendo con accortezza il rapporto con il PD che ha subito una vera mutazione genetica, spostandosi su posizioni di centro-destra, e difficilmente Emiliano riuscirà a modificare tale situazione.
Queste sono le sfide che i socialisti devono affrontare.

Angelo Sollazzo

Socialisti in Movimento- Lettera di Rino Formica

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Carissimi,

la sinistra in generale ed i resistenti del socialismo italiano in particolare devono molto all’impegno politico di coloro che hanno difeso i diritti costituzionali di libertà e democrazia nella battaglia referendaria del 4 dicembre scorso.

Ma chi ha perso il 4 dicembre e chi ha perso il 24 gennaio con la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum, non ha cambiato idea, vuole il tanto peggio tanto meglio, vuole l’implosione del sistema politico a cui bisogna dare una risposta alternativa.

Presto si aprirà un nuovo e decisivo scontro elettorale e il nascente movimento dei socialisti potrà partecipare nelle forme possibili per affermare la propria identità e le caratteristiche socialiste di cui la sinistra ha bisogno.

I socialisti sopravvissuti alla grande glaciazione devono dare vita ad una concentrazione della sinistra riformista e revisionista distinta dal renzismo del PD.

Ai compagni dei “Socialisti in Movimento” auguro un buon lavoro, un buon inizio e li invito a non mollare.

Affettuosamente

Rino Formica

Riepilogo delle bugie di Renzi, di Angelo Sollazzo

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1)Non è vero che la pseudo-Riforma Renzi propone un processo di semplificazione politica. L’unico risultato è che per i cittadini non sarà più necessario andare a votare in quanto avremo solo parlamentari nominati.I deputati con il trucco dei capi-lista bloccati ed i Senatori espressione dei vertici di partito locali con accordi di bassa lega(chi fa l’Assessore, chi il Senatore, chi il presidente di Commissione). Gli italiani nella misura dell’82% vogliono scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento con il voto di preferenza. Si attenta in modo palese alla sovranità popolare.
L’unica semplificazione è che non si abolisce il Senato ma gli elettori.
2)Non è vero che l’attuale Parlamento poteva procedere all’approvazione di una Riforma Costituzionale in quanto dichiarato illegittimo dall’Alta Corte, poiché é espressione del Porcellum, con 270 Parlamentari che hanno cambiato Partito e tradito i loro elettori e con un Capo del Governo diventato tale con il tradimento nei confronti di un suo collega di Partito, rassicurato prima e pugnalato dopo: Renzi Premier non eletto nonostante avesse garantita la sua disponibilità solo dopo un voto popolare.
3)Non è vero che il costo della politica si riduce con un risparmio di mille milioni(prima versione) di cinquecento(seconda versione) ma secondo la Ragioneria dello Stato il risparmio è di soli 48 milioni, ridotti a 24, per le trattenute che venivano fatte ai senatori, e di seguito con le trasferte e le diarie per i consiglieri regionali neo senatori il risparmio è vicino allo zero. Il Senato resta com’è, sarebbe bastato ridurre i deputati a 400 ed i senatori a 100 per un vero risparmio sui costi della politica.
4)Non è vero che viene sveltita l’approvazione delle leggi. Oggi il Parlamento italiano è il più veloce in Europa. Il problema consiste nell’eccessivo numero delle leggi e la incompetenza dei legislatori con errori marchiani per i quali l’Italia è divenuta lo zimbello d’Europa, vedi Codice degli appalti,Riforma pubblica amministrazione, Buona Scuola,Jobs Act, Riforma RAI etc. Non esiste una sola legge renziana che funzioni.
5)Non è vero che vengono ridotti i poteri delle Regioni, anzi vengono premiate con la nascita del Senato espresso da loro e con una diversa rappresentatività tra le stesse, mentre un assurda differenziazione viene riservata a quelle a Statuto Speciale(5).Dopo gli scandali degli ultimi tempi per premio diverranno anche senatori con l’immunità parlamentare.
6) Non è vero che è un buon testo in quanto vi sono errori , periodi sgrammaticati(art.70), omissioni e dimenticanze varie, come quella dell’età dei senatori che potranno essere 18enni, (Senato da senes=anziano) ovvero attacco alla sovranità nazionale( Art.117).

Angelo Sollazzo

Sindacati e riforma costituzionale, di Vincenzo Russo

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Vincenzo Russo

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È singolare che sull’abrogazione del CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), previsto dall’art. 99 della Costituzione vigente, si sia determinata la stessa unanimità conformista che ho riscontrato, nei decenni passati, sul presunto problema del superamento del bicameralismo paritario. Vista la disattenzione che c’è sull’argomento, l’abrogazione può essere considerato un obiettivo acquisito, una opinione talmente consolidata che non c’è bisogno di alcuna motivazione.
Se uno legge il documento della CGIL dell’8 settembre u.s. con il quale la Confederazione invita a votare NO si accorge che l’abrogazione del CNEL non è menzionata.
Posizione singolare quella della CISL come rintracciata in una dichiarazione breve della segretaria generale Annamaria Furlan che si esprime a favore del SI alla riforma nel suo insieme e che dà una motivazione, a mio giudizio, non coerente sulla questione del CNEL: “Il confronto ed il dialogo sociale devono diventare il modello con il quale si può risollevare il Paese. Quando si fanno le cose insieme non si fanno cose sbagliate….. per questo, occorre anche un luogo istituzionale di dialogo che sostituisca il CNEL perché quando manca il dialogo si dà fiato solo al populismo o si fanno scelte solitarie e disastrose per i cittadini come è accaduto con la legge Fornero”.
Trovo singolare la posizione di chi acconsente all’abrogazione di una sede di rango costituzionale per proporne un’altra non meglio identificata.
Trovo dubbia e, per dirla in modo chiaro, pilatesca la posizione della UIL che, in un suo lungo documento, cita l’abrogazione del CNEL, a suo dire, dovuta al fatto che non avrebbe proposto iniziative legislative.
Su una riforma costituzionale di tanta portata (47 articoli modificati), per non parlare del combinato disposto con la legge elettorale, abbiamo il NO e il SI raccomandati rispettivamente dalla CGIL e dalla CISL e un fate come vi pare e/o votate secondo coscienza della UIL. Non credo che si tratti di un giusto mezzo perché il quesito è netto: No o SI. Naturalmente entrambe le risposte sono pienamente legittime.
Per quanto mi riguarda, è la motivazione montanelliana di un dirigente della UIL che mi ha lasciato perplesso e mi ha indotto a scrivere questa nota. E non è vero che bisogna votare SI perché non ci sono proposte alternative come, invece, è aduso fare il sindacato quando critica una soluzione ad un problema. Ci sono diverse proposte di legge in Parlamento tra le quali una molto recente portata avanti da D’Alema e Quagliariello: in questa si propone: a) la riduzione drastica di 300 parlamentari (200 deputati e 100 senatori) e la conferma della loro elezione diretta; b) la semplificazione del processo legislativo e la introduzione di una Commissione di conciliazione per evitare comunque la tanto deprecata navetta che per altro ricorre in un numero limitato di casi. La proposta riprende alcuni punti da un documento (di ben 27 pagine) sottoscritto da 14 Fondazioni (politiche e/o vicine a partiti politici), rappresentative di tutto l’arco costituzionale, che nella Primavera del 2008 concordava su una premessa fondamentale, ossia, quella di porre fine alla stagione delle riforme costituzionali approvate a colpi di maggioranza governativa. E ovviamente su molti altri punti fondamentali che non sto a riassumere qui.
Mi sarei aspettato che un sindacalista avesse preso posizione non solo sul comportamento di un governo che non riconosce il ruolo dei sindacati dei lavoratori mentre affida il Ministero dello sviluppo economico a esponenti della Confindustria. Ma non è così.
Ora le domande da porsi sull’argomento specifico sono:
C’è o non c’è un collegamento tra l’art. 1 e 99 della Costituzione?
L’art. 99 non valorizza la rappresentanza dei lavoratori o no?
E’ o non è l’abrogazione del CNEL coerente con la posizione del governo contraria a riconoscere il ruolo dei c.d. corpi intermedi e dei sindacati dei lavoratori?
E’ non è la proposta del governo in contrasto con i diritti e gli interessi del sindacato?
Ai sensi dell’art. 99 sul ruolo del CNEL i sindacati sono organi di consulenza delle Camere e del governo. La sua abrogazione non riduce le sedi di partecipazione democratica dei rappresentanti dei lavoratori alle scelte politiche e legislative delle Camere e del governo centrale?
Nel 2013 il prof. Gustavo Zagrebelsky ha pubblicato un bellissimo pamphlet sulla Repubblica “Fondata sul lavoro, sottotitolo: La solitudine dell’art. 1”, Einaudi Editore, Torino, 2013. Nella prima di copertina il libro riporta dal testo la seguente frase: “Unico tra i diritti, il diritto al lavoro è esplicitamente enunciato tra i principi fondamentali della Costituzione. La politica deve essere condizionata al lavoro e non il lavoro alla politica. E’ bene ribadirlo, oggi, mentre è in corso il rovesciamento di questo rapporto”.
La solitudine dell’art. 1 sulla quale scrive il Prof. Zagrebelsky ovviamente è una metafora o, meglio, un’amara constatazione di come il problema della piena occupazione e della giustizia sociale in questo paese sia stato e sia continuamente trascurato o messo in seconda linea. L’art. 1 nella Costituzione sta in buona compagnia con il 3, 4, 35, 36, 37, 38, 39, 40, 46 e per l’appunto con il 99. E la parola lavoro ricorre 21 volte.
Per inciso, tempo fa, il premier Renzi, in una trasmissione televisiva, tagliando corto rispetto alle diverse interpretazioni contrastanti sui dati sull’occupazione, ebbe a precisare che il suo governo non si era dato un obiettivo sui posti di lavoro da creare. E se ora uno guarda al dato sulla disoccupazione che il governo prevede, nella legge di bilancio per il 2017, si accorge che la riduzione prevista è di soli sette decimali rispetto al 2016, passando dall’11,5 al 10,8 nel 2017 e al 9,9% nel 2019.
Che fare? Siccome nel dibattito politico i fautori del SI insistono su una presunta assenza di proposte alternative io ne voglio fare una singolare. Premetto che nel dopoguerra e sino agli anni sessanta i partiti di sinistra facevano eleggere i vertici dei sindacati in Parlamento. Dopo passò e fu attuato il principio della incompatibilità tra cariche politiche e quelle sindacali. A me sembra che oggi, visto che formalmente non si modifica l’art. 1 della Costituzione, i sindacati dovrebbero difendere a spada tratta il CNEL e, quindi, votare di conseguenza oppure potrebbero chiedere le quote non solo a favore delle donne ma anche per la rappresentanza dei lavoratori e delle lavoratrici e dire basta con un Parlamento imbottito di avvocati e professori.
In conclusione, a me sembra del tutto evidente che se dovesse passare la riforma proposta da Renzi, l’art. 1 della Costituzione vigente sarà ancora più solo e non è vero che essa non tocca i diritti fondamentali.

Vincenzo Russo

tratto dal blog personale: http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2016/11/23/sindacati-e-riforma-costituzionale/?doing_wp_cron

Il bicameralismo della discordia, di Nicolino Corrado

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Nicolino Corrado 2

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1) Non sarà sfuggito ai più lo stile da imbonitori da fiera – consentito, peraltro, dalla legge elettorale – del quesito posto agli elettori per il referendum del prossimo 4 dicembre. Come si può rimanere indifferenti di fronte al superamento del bicameralismo paritario, della revisione del Titolo V della parte II della Costituzione – cose non facilmente comprensibili dal cittadino medio – quando si assicurano allo stesso tempo, in anni di problemi economici e di colossali brutte figure per la classe politica, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL? L’uso delle parole e la loro miscela sembrano studiati apposta per carpire al cittadino medio e poco informato quel SI alla riforma costituzionale che, secondo gli ambienti governativi,  guarirà tutti i mali dello Stato italiano.

Peccato che le cose siano più complicate rispetto a come le presentano gli spin-doctors di Matteo Renzi.

E’ vero, questa riforma nasce da esigenze giustificate, espresse già quasi quarant’anni fa dal Partito Socialista sotto lo slogan della ”grande riforma”, che diedero luogo a diverse commissioni bicamerali per la riforma della Costituzione senza alcun risultato; ma la riforma Renzi-Boschi realizza  queste esigenze in forme pasticciate, ambigue e tecnicamente inadeguate. La riforma si rende necessaria anche alla luce dell’evoluzione recente del sistema politico, soprattutto dopo i risultati elettorali del 2013, e della struttura istituzionale, a causa dei cambiamenti dell’ordinamento europeo a seguito della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni.

Venendo all’esame del quesito-slogan del referendum, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni dovrebbe essere raggiunto soprattutto attraverso la soppressione del CNEL, la riduzione del numero dei senatori e la loro sostituzione con consiglieri regionali e sindaci (muniti già di una loro indennità di carica).  Ma, a ben veder, si può parlare di un’effettiva riduzione di costi solo nel caso della cancellazione del CNEL,  organo consultivo che, per ammissione generale, ha dato scarsi segni di vitalità nei settant’anni di vita repubblicana, la quale frutterebbe un risparmio di 20 milioni di euro secondo la ministra Boschi, di circa 9 milioni in base alle più tecniche analisi della Ragioneria generale dello Stato.

Infatti, la riduzione dei senatori da trecentoquindici (più i senatori a vita) a cento, è lontana dal rappresentare una riduzione dei costi, e soprattutto significativa. Verrebbe ridotto l’ammontare degli stipendi e delle indennità spettanti ai senatori, ma rimarrebbero intatti i costi molto più pesanti del funzionamento dell’istituzione (personale, spese per servizi vari, per forniture ecc.). Insomma, si tratta di pura propaganda fondata sulla mistificazione. Per la ministra Boschi “il taglio del 33% delle indennità parlamentari e dei rimborsi dei senatori fa risparmiare 80 milioni all’anno”, inoltre, 70 milioni all’anno vengono, poi, dal “funzionamento delle commissioni, dalla riduzione dei rimborsi ai gruppi al Senato, a cui possiamo aggiungere la progressiva riduzione nel tempo dei funzionari che saranno necessari”. Ma la Ragioneria Generale dello Stato controbatte che “la minore spesa conseguente … è stimabile in circa 49 milioni di euro”; dei quali 40 milioni ottenuti dall’abolizione dell’indennità per i futuri senatori e i rimanenti 9 dalla cessazione della corresponsione della diaria mensile (3.500 euro mensili pro capite).  Quindi, poiché il  bilancio del Senato prevede per il 2016 una spesa di 540 milioni di euro, la riduzione del numero dei senatori produrrà un risparmio soltanto del 9%.

L’intervento della riforma sull’organo costituzionale – Senato non è significativo, dunque, per gli scarsi risparmi economici.  Il Senato rappresenta , invece, il vero punto di rottura degli equilibri costituzionali che l’ariete della riforma Renzi intende colpire, per consentire al governo (ed ai gruppi di potere che lo sostengono) di raggiungere il reale obiettivo politico mascherato dalla riforma costituzionale (assieme alla legge elettorale super-truffa Italicum): avere le mani completamente libere da condizionamenti e controlli nella gestione delle risorse economiche e finanziarie.

2) L’assetto delle camere ed i loro rapporti, reciproci e con il governo, costituiscono la carta d’identità che identifica ogni singolo e specifico Stato democratico. Nella configurazione attuale i due rami del Parlamento italiano svolgono le stesse funzioni (è la caratteristica del bicameralismo paritario). Secondo la critica più diffusa, ciò provoca lungaggini nell’attività legislativa. Un disegno di legge, per diventare legge, deve essere approvato nello stesso testo dalla Camera e dal Senato; l’aggiunta di emendamenti, da parte di una camera, provoca il rinvio del testo così emendato alla camera che l’ha esaminato per primo e così via, a raffigurare il fenomeno designato dai costituzionalisti francesi come “navette”.

Ma il Parlamento, negli Stati di diritto, è depositario anche della funzione di indirizzo politico: il governo è nella pienezza dei suoi poteri solo se riceve la fiducia della maggioranza dei membri di ognuna delle due camere. Due camere, due voti di fiducia, con conseguente raddoppio di tutte le occasioni (e dei tempi di discussione) in cui il governo pone al parlamento la questione di fiducia o uno più parlamentari presentano all’assemblea una mozione di sfiducia contro il governo.

Il Senato o camera alta, negli Stati europei, rappresenta un’eredità delle epoche in cui i primi parlamenti concessi dai re erano composti da esponenti della nobiltà. Fu solo dopo la vittoria dei principi liberali che alla Camera alta fu affiancata una camera bassa, espressione della volontà dei cittadini e formata da rappresentanti delle classi borghesi. L’estensione del voto alle classi popolari e l’avvento dei partiti di massa fecero aumentare il peso istituzionale della camera elettiva nei confronti della seconda camera di nomina ereditaria o regia. Venuta meno l’esigenza di rappresentare classi diverse della società, l’unica esigenza residua per giustificare l’esistenza di due camere con uguali funzioni rimase quella che Costantino Mortati, all’Assemblea Costituente, definì una funzione “ritardatrice”, cioè una funzione di riflessione e di correzione reciproca delle deliberazioni.

Il Partito Socialista, i comunisti e gli azionisti nel dibattito alla Costituente sostennero l’abolizione del Senato, sulla base della considerazione che, se la radice della sovranità popolare è unica, unica deve esserne la rappresentanza. Il bicameralismo paritario fu una soluzione di compromesso raggiunta con la Democrazia Cristiana e gli altri partiti, favorevoli a vari modelli di bicameralismo differenziato, sulla spinta dell’incipiente divisione del mondo in due blocchi contrapposti; essa, ripartendo la sovranità democratica tra due Camere, aveva lo scopo di garantire reciprocamente tutti i partiti per il futuro, evitando possibili dittature di qualsiasi maggioranza.

Secondo il costituzionalista Vezio Crisafulli, in questo modo la Costituente disegnò un bicameralismo “assurdo ed ingombrante”.Con il passare degli anni, la complessità nelle procedure ha prodotto tanto una maggiore lentezza nell’attività legislativa quanto una maggiore instabilità nella vita e nell’azione dei governi.

3) Con il passaggio al bicameralismo differenziato (la forma di bicameralismo più diffusa), il nuovo Senato perde l’elezione diretta dei senatori, il voto di fiducia al Governo, il voto sulla legge di bilancio, l’indennità di carica ai senatori; sarà composto da consiglieri regionali e sindaci, sarà privato della funzione d’indirizzo politico. La Camera dei deputati diventa così titolare in via esclusiva del rapporto di fiducia e di controllo sul Governo, mentre il Senato diventa l’organo rappresentativo degli enti territoriali.

La riforma dichiara d’ispirarsi al Bundesrat, la camera alta austriaca: al pari di questo, infatti, il Senato riformato viene eletto dalle assemblee legislative regionali.

Un sistema con forti autonomie territoriali può funzionare solo se esistono a livello nazionale idonee sedi istituzionali di raccordo e di bilanciamento tra gli interessi dello Stato centrale e delle realtà locali.

Il Senato è un’assemblea parlamentare: un organo, cioè, a cui è connaturato il principio della rappresentanza. In un Senato costruito come organo di secondo grado, il titolo di legittimazione dei membri non può non essere costituito dall’elezione da parte degli enti che essi sono chiamati a rappresentare.

Ma la struttura e le modalità di funzionamento del Senato riformato sono del tutto inadeguate alla varietà e alla rilevanza delle funzioni che all’organo stesso si è inteso assegnare sulla carta.

Si pensi, in particolare, all’obbligo del doppio mandato che, adottato nei confronti di persone già oberati da incarichi gravosi in sede locale, appare destinato a ridurre il prestigio e l’operatività dell’organo, con il rischio di trasformarlo da perno centrale dello Stato regionale (così come dovrebbe essere) in una stanza di compensazione di interessi meramente localistici o in un organo di mera opposizione nei confronti dell’azione della Camera dei Deputati. Per la composizione del Senato si sarebbe potuto prevedere una elezione, da parte dei Consigli regionali, di soggetti esterni ai Consigli stessi.

Un altro punto critico è rappresentato dal sistema usato per distribuire i seggi tra le Regioni: un sistema a base due, in forza del quale alle Regioni di più ridotta consistenza demografica (ed alle due province autonome di Trento e Bolzano) saranno assegnati soltanto due seggi. Questa soluzione, infatti, non consente di costruire le rappresentanze, ottemperando alla giusta esigenza di proporzionalità. Non solo perché, in una delegazione composta da due senatori, non può garantirsi la proporzionalità della rappresentanza (la quale richiede che la maggioranza non abbia lo stesso peso della minoranza); ma anche perché il metodo proporzionale è previsto dall’art. 57, comma 2, limitatamente all’elezione dei senatori-consiglieri regionali. Ed è evidente che, quando la delegazione al Senato comprende soltanto un membro del Consiglio regionale, esso non è tecnicamente applicabile.

Il pericolo maggiore a cui è esposta un’assemblea formata da componenti espressi con elezione di secondo grado, però, è quello che essa finisca per obbedire ad una logica esclusivamente partitica, con conseguente aggregazione dei componenti in gruppi a base, non già territoriale, ma partitica, analogamente a quanto avviene in Austria. Se la composizione della seconda camera coincide con quella della prima, il valore aggiunto dell’organo chiamato a rappresentare le Regioni, nella loro individualità istituzionale, rischia di essere del tutto vanificato. Si potevano cercare dei correttivi: il voto di delegazione (con la conseguenza che, se nella delegazione regionale non si raggiunge l’unanimità, la Regione risulta astenuta dal voto come in Germania), o l’inclusione nell’organo anche di un membro della giunta regionale.

E’ criticabile anche la soluzione prescelta con riferimento ai sindaci, la quale rappresenta il non riuscito compromesso tra l’idea che il Senato debba rappresentare le sole Regioni e quella secondo cui in esso dovrebbero trovare la propria proiezione istituzionale tutte le autonomie territoriali presenti nell’ordinamento.

A tutto ciò va aggiunta l’assoluta anomalia della presenza in Senato dei cinque senatori di nomina presidenziale in ragione dei loro meriti, figure del tutto fuori posto in un organo a cui la Costituzione affida il compito di rappresentare il sistema delle autonomie.

4) Dal punto di vista del procedimento di formazione della legge, la riforma si pone in netto contrasto col fine di semplificazione che dichiara di voler perseguire. La moltiplicazione delle procedure di approvazione delle leggi bicamerali e monocamerali (circa una decina di tipologie differenti a seconda della natura o degli strumenti di volta in volta utilizzati), legate a una diversa articolazione delle materie, rischia seriamente di dare corso ad una elevata conflittualità tra le camere; conflittualità destinata ad aggiungersi a quella tra Stato e Regioni che la sconsiderata riforma del titolo V della Costituzione (attuata nel 2001 dal centrosinistra) ha aggravato e che la riforma attuale si pone come fine di ridurre. Invece di semplificare e accelerare il percorso della legislazione, si finisce per complicare e ritardare l’iter delle deliberazioni parlamentari senza la previsione di rimedi efficaci per i possibili conflitti, non sembrando tale “l’intesa” non procedimentalizzata tra i Presidenti delle due Camere a differenza della commissione paritaria presente nel sistema tedesco.

E’ auspicabile che al nuovo Senato non tocchi il destino del suo modello, il Bundesrat  austriaco.  A novant’anni dalla sua istituzione, se ne discute l’abolizione, almeno per far risparmiare al contribuente più di 30 milioni di euro l’anno.

L’obiettivo dei padri della Costituzione austriaca del 1920 (che è poi la stessa oggi in vigore, ripristinata dopo la parentesi austrofascista e dopo l’Anschluss tedesco) era di costituire un contraltare alla camera bassa, il Nationalrat. Tutte le leggi approvate da questo dovevano poi passare anche all’approvazione del Bundesrat, che avrebbe potuto respingerle o correggerle, ma senza che le sue decisioni fossero vincolanti. La legge sarebbe poi ritornata alla camera bassa, che avrebbe sempre avuto la facoltà di riapprovarla nella sua versione originale. In tutti questi anni di vita il Bundesrat non ha mai rinviato una legge alla camera bassa.

Il visitatore dell’edificio neoclassico, sede del parlamento di Vienna, ha la rappresentazione visiva di questa inutilità: dopo aver visitato la grandiosa aula “storica” del Nationalrat viene accompagnato verso l’aula arredata in stile anni ’60 in cui si svolgono abitualmente i suoi lavori; a metà del corridoio, sulla destra, s’intravede un salone che può contenere sì e no una sessantina di persone, con alle pareti gli stendardi degli Stati-regione: la guida, a questo punto, si premura di informare che quella è la sede del Bundesrat.

Certamente, se accadesse questo anche in Italia la prospettiva monocamerale s’imporrebbe per forza di cose.

5) L’impressione complessiva che si trae da questo progetto di riforma è che attraverso di esso più che costruire un qualcosa di nuovo (cioè un Senato inteso come perno di un nuovo Stato regionale), si è inteso in primo luogo depotenziare la realtà esistente collegata al potere della seconda Camera e del complessivo impianto regionale: e questo al fine di una maggiore concentrazione della forma di governo a danno della forma dello Stato.

Sarebbe stata necessaria una riflessione parlamentare condotta, non a colpi di maggioranze governative, ma con il metodo della Costituente: condivisione dei contenuti, pazienti mediazioni tra le forze politiche ed il richiamo ad un superiore fine comune. Un consenso finalizzato ad abbinare – come ha scritto il costituzionalista Enzo Cheli – una forma di governo parlamentare più razionalizzata con una forma di Stato regionale più caratterizzato nel suo tono politico, individuando, senza sovrapposizione di ruoli, nella Camera il cardine della forma di governo e nel Senato il cardine della forma dello Stato. Anche per porre fine alla sequenza di riforme costituzionali d’iniziativa governativa realizzate nella Seconda Repubblica e rivelatesi fallimentari proprio per mancanza di riflessione e di condivisione.

Per questo, Matteo Renzi ha commesso un grave errore istituzionale nel voler dare a questo referendum il significato di un voto popolare di fiducia sul governo, cancellando la linea di confine che dovrebbe sempre distinguere la politica costituzionale dalla politica governativa.

Secondo molti oppositori, la riforma Renzi-Boschi rappresenterebbe il primo passo della trasformazione del nostro Stato regionale e, in prospettiva, della nostra forma di governo in direzione autoritaria. Si tratta solo di un’enfatizzazione polemica; questa riforma, pur con tutti i suoi aspetti critici, non presenta in prospettiva un rischio di questa natura. Il rischio della riforma, a parte quello già evidenziato dell’arbitrio governativo in materia economica e finanziaria, riguarda invece il funzionamento del modello adottato – sia con riferimento al bicameralismo sia all’ordinamento regionale – che potrebbe essere compromessa dalla conflittualità derivante dalla confusa determinazione dei rapporti tra le due Camere e tra lo Stato e le Regioni.

La vittoria del NO al referendum, respingendo la manovra avventuristica di Renzi, consentirebbe la riapertura del dibattito pubblico su di una riforma della Costituzione meditata e condivisa, possibilmente affidata ad una nuova Assemblea Costituente, rappresentativa di tutto il popolo e operante nello spirito e nel metodo come quella dei padri della Repubblica del 1946.

Nicolino Corrado