Jobs Act

Basta con le bugie, tornare alla ragione. La scelta socialista per l’Italia del futuro, di Angelo Sollazzo

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Angelo Aran

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Il tracollo della politica iniziò con Berlusconi, con il suo movimento di rampanti ed attricette, con i suoi ristoranti pieni e con menzogne a piene mani, promettendo agli italiani di arricchirli tutti come lui.
Ma tutta la seconda repubblica è stata attraversata da personaggi in cerca di autore , populisti di basso ordine, arruffoni e dilettanti. Nascevano e morivano sigle senza alcuna cultura politica di riferimento, si annunciavano rivoluzioni, secessioni e miracoli liberisti che sono svaniti nel corso di qualche anno.

Dopo il binomio Berlusconi e Bossi, arrivavano altri due campioni del populismo a basso costo, Renzi e Grillo, le due facce della stessa medaglia. Se i nuovi personaggi avessero dimostrato sul campo capacità politiche, impegno concreto e risultati evidenti, tutti avevamo il dovere di applaudirli e riconoscere le loro qualità.

Purtroppo al dilettantismo evidente hanno aggiunto tracotanza, presunzione e cattiveria che ormai tutti hanno individuato e condannato.

Renzi spregiudicato all’inverosimile, mentitore seriale, ha inanellato una sfilza di sconfitte e dopo averci assicurato l’abbandono dalla politica, ritorna in campo sparandole più grosse di prima. Un’etica comportamentale di politici veri, comporterebbe le dimissioni dopo tante e tali sconfitte, invece nulla, si fa finta di niente e si addossano tutte le colpe della grave situazione a chi c’era prima. Ora acclarato che i suoi predecessori non hanno certo brillato per le loro qualità politiche, Renzi ha guidato uno dei governi più longevi della storia repubblicana, mille giorni al comando quando notoriamente nel nostro Paese non si riesce a resistere più di un anno. Ora o siamo di fronte ad una bella dose di faccia tosta, oppure ci troviamo nel settore della neuro-psichiatria. E non si può neanche dire che il Governo era sostenuto da numeri ballerini, vista la consistenza della maggioranza parlamentare. La verità è che il Nostro, pieno di se e dall’alto della sua presunzione, ha voluto sfidare gli italiani impegnandosi per oltre un anno a promuovere una riforma costituzionale bislenca, a proporre provvedimenti a favore dei suoi amici bancari ed industriali, e ad elargire mance elettorali che invece di sostenere l’economia l’hanno depressa.
Per non parlare degli scandali e delle inchieste giudiziarie di fronte alle quali i reati della prima repubblica impallidiscono e da considerare furti di merendine.
Non una sola delle pseudo-riforme e degli interventi di Renzi hanno funzionato, dal JobsAct, alla Buona Scuola, alla Pubblica Amministrazione, alla RAI, alla Ricostruzione post-terremoto, agli impianti petroliferi in Lucania, al sistema bancario , insomma una serie di disastri.
Ora il PD sta versando in una crisi profonda, ha subito una chiara mutazione genetica ed i sondaggi lo portano ad oscillare intero al 25%. E’ il capolavoro renziano.
Parlare del Movimento Cinque Stelle fa tenerezza. Grillo dopo che nella sua naturale veste di comico, spaccava i computers sui palcoscenici, responsabili di travisare le idee dei giovani, oggi ritiene che la Rete rappresenti l’unica verità assoluta e forma avanzata di democrazia.
Bisognerebbe parlarne con i circa venti milioni di italiani, non più giovani, che di internet pronunciano solo il nome , ovvero a coloro che abitano in montagna, nei borghi sperduti dove il segnale neanche arriva. La democrazia è partecipazione di tutti e non di parte della popolazione.
Per correttezza occorre rilevare che molte delle proteste del movimento hanno un certo senso di verità. Le loro denunce sono spesso vere non campate in aria. Ma tutto si ferma qui. Quando si passa dalla protesta alla proposta il meccanismo grillino s’incaglia. Certamente occorreva dar tempo ai nuovi arrivati della politica, di prepararsi, di conoscere, di studiare, ma dopo circa cinque anni dilettanti erano e tali sono restati.
Sarà complicato indicare un Capo del Governo che sbaglia i congiuntivi, e confonde il Cile con il Venezuela, ovvero il candidato Ministro degli Esteri che chiede i vaccini gratuiti che lo sono sempre stati. Per non parlare del disastro nella gestione delle Amministrazioni locali, che, accantonati gli aspetti giudiziari, mostrano chiaramente la loro inadeguatezza. Raggi a Roma e Appendino a Torino non sono in grado di dirigere grandi città. Dilettanti allo sbaraglio.
Il PD azzoppato, collocato in una posizione di centro-destra, che attua il programma berlusconiano, nulla ha più a che fare con la sinistra del nostro Paese. Bisognerà che qualcuno lo dica anche al PSE , che non pare l’abbiano capito.
Nel passato circa venti milioni di italiani votavano a sinistra, comunisti, socialisti, formazioni di sinistra varie. Sono tutti morti? Non lo si ritiene possibile visto che circa la metà della popolazione si astiene dal voto. Non votano più Renzi dopo le cocenti delusioni, non votano certamente Cinque Stelle che sono piuttosto da ascrivere a posizioni di destra. Allora a sinistra qualcosa non funziona.
Dopo l’eclatante risultato del Referendum, a cui i Comitati Socialisti per il NO diedero un contributo importante, sembrava che si muovessero nel Paese gruppi e partiti che avevano veramente a cuore la ricostruzione di un tessuto politico di sinistra. Vennero convocate e tenute iniziative pubbliche di rilievo, al Brancaccio, a Piazza Santi Apostoli e per i Socialisti alla Bonus Pastor. Una sola invocazione: tutti insieme per una lista unitaria della sinistra alle Elezioni. Ciò anche in previsione di una legge elettorale proporzionale. Convergenze, adesioni, manifestazioni in tutta Italia. Poi il meccanismo si inceppa. Qualcuno si dice più bravo dell’altro, la rete moderata non accetta le fughe in avanti di quella estrema, si litiga sul leader futuro ed anche su chi deve essere citato o deve parlare nelle manifestazioni. La presunzione e l’arroganza lasciamole a Renzi. Serve da parte di tutti una buona dose di umiltà.

Vecchio vizio della sinistra che si divide prima ancora di unirsi. Una cosa è certa, non si può essere assenti dalla tenzone elettorale, ognuno deve essere disponibile a fare qualche passo indietro senza sentirsi menomato, nessuno deve ritenersi unto dal signore e pretendere ruoli che si guadagnano sul campo. In Italia vi è una forte domanda politica di sinistra, purtroppo manca l’offerta. Allora facciamo uno sforzo tutti insieme, nessuno deve restare indietro , tutti devono poter giocare in serie A, e solo dopo scopriremo il vero goleador.

I socialisti non possono che giocare in tale squadra e fare la stessa partita. Non esiste un Partito che si chiama socialista e che può avallare le scelte scellerate del renzismo. Sarebbe una contraddizione in termini. Per questo motivo nasce Socialisti in Movimento, un’Associazione e non un Partito, a cui hanno aderito parte significativa degli iscritti al PSI e tantissimi militanti sfiduciati ed allontanatisi nel passato. L’Unità dei Socialisti si può raggiungere su un terreno squisitamente politico. Chiara collocazione a sinistra, presa di distanza da Renzi e dal renzismo, ritorno ai fondamentali del Socialismo per riprendere la lotta in difesa dei ceti meno abbienti e dei lavoratori. Il nuovissimo renziano non ci appartiene, rifare la democrazia cristiana riveduta e peggiorata non è cosa nostra, il socialismo rappresenta l’ideale più alto della storia dell’umanità, oggi ritorna ad essere moderno ed attuale di fronte ai fallimenti dei rottamatori nuovisti che sono sulla strada del tramonto. Quando si fa politica solo per garantirsi il seggio per se o per i suoi amici, prima o poi si viene travolti. Senza ideali non si può fare politica. Per un quarto di secolo gli ideali e le culture politiche erano state accantonate. Oggi la cultura socialista, dopo il fallimento delle altre, è l’unica in grado di dare risposte concrete alla crisi che attanaglia il Paese. Insieme si, ma con una linea politica chiara, con democrazia interna e trasparenza nei comportamenti.

Gli egoismi e le furbizie non pagano più, è superfluo rinvangare gli errori fatti dalle dirigenze nel recente passato. Riflettiamo insieme per tornare insieme.

Angelo Sollazzo

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Introduzione di Roberto Biscardini all’Assemblea “Socialisti in Movimento” di Milano

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Biscardini

Socialisti in Movimento rappresenta l’inizio di un percorso per la costruzione di una sinistra socialista nuova, in una fase in cui finita la Seconda Repubblica e non chiari i contorni della Terza, è comunque certo che non c’è né una sinistra né tantomeno una sinistra socialista.

Questo è lo spazio che possiamo occupare.

Socialisti in Movimento nasce soprattutto dall’esperienza dei Comitati Socialisti del No con la quale abbiamo sperimentato il valore di una battaglia concreta e abbiamo capito bene come vecchi partiti e vecchie sigle non sono più assolutamente sufficienti per delineare una politica nuova, soprattutto una politica coraggiosa che sappia raccogliere compagni e cittadini anche finora lontani, quindi nuove energie.

Allo scenario patetico e umiliante dell’attuale situazione abbiamo il dovere di reagire e chi ha più esperienza e più anni ha il dovere di fare qualcosa per avviare un processo che guardi al futuro, incoraggiando e aiutando le più giovani generazioni.

Qualcosa da fare non per i socialisti, e per soddisfare la loro voglia di ritornare in azione, ma per il socialismo e per una nuova società socialista.

Per i tanti “socialisti di fatto”, che lo sono senza saperlo, e per costruire una forza agile che sappia indicare con strumenti innovativi le risposte ai bisogni dell’oggi, coerentemente ai vecchi ideali e ai vecchi principi, senza paura di volare alto, sopra la povertà che spesse volte caratterizza il convento della sinistra attuale.

Quella sinistra che fa fatica a muoversi perché ha troppe incrostazioni consociativistiche su di sé. Perché ha alle sue spalle troppi compromessi con pratiche di governo sbagliate. Quella sinistra che ha votato tutto, 60 fiducie, ha votato le cosiddette riforme costituzionali, elettorali, il jobs act, la Buona Scuola.

Quella sinistra che ormai è piegata alle logiche finanziarie e capitalistiche senza alcuna dignità e che si porta dietro una responsabilità ancora più grande: aver tradito i propri valori, i propri principi. Inducendo con ciò il popolo italiano a riconoscere come di sinistra normali politiche di destra, e peggio ancora, abituando il popolo di sinistra anche a pensare come il popolo di destra, ad avere gli stessi sentimenti e le stesse pulsioni.

Cosicché se noi Socialisti in Movimento solleviamo questioni di giustizia e di libertà proprie della sinistra e del socialismo veniamo tacciati come radicali o populisti.
Ma non è così, cerchiamo di porre solo questioni che appartengono al programma minimo di una sinistra da ricostruire. Partendo dal basso e dall’individuazione di battaglie concrete.
Perché è solo nel concreto che può rinascere una forza della sinistra socialista, larga e unitaria, dialogante, ma con le proprie idee, per costruire una sinistra ad oggi distinta e distante dal Pd.
Per esigenza di sintesi, il nostro programma di lavoro, anche a partire da Milano e dalla Lombardia deve concentrarsi sui temi della democrazia e del lavoro e sui temi di carattere internazionale che riguardano in particolare i rapporti tra la nostra sovranità e l’Europa.
Battaglie immediate per programmi immediati e prima fra tutte già nei prossimi giorni, la battaglia per una legge elettorale proporzionale, senza premi di maggioranza e senza capolista bloccati.
Per questo Socialisti in Movimento si organizza a livello centrale ma si articola nei comitati locali, anch’essi impegnati a costruire il programma nazionale e locale del movimento.
In Lombardia i prossimi appuntamenti saranno sui contenuti, anche in vista delle prossime elezioni regionali da far valere indipendentemente dalle modalità con le quali ci presenteremo alle prossime elezioni.

Roberto Biscardini

29/04/2017

Intervento di Aldo Potenza all’Assemblea “Socialisti in Movimento” di Milano

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Aldo Potenza

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E’ frequente ascoltare interventi che sostengono superate le divisioni fra destra e sinistra. Ovviamente le caratteristiche della destra e sinistra del ‘900 oggi si presentano in forme diverse rispetto al passato, ma questa condizione non può indurci a credere che le questioni di quel tempo siano superate e tutto si risolva in un tecnicismo che non abbia alcun riferimento alle categorie destra e sinistra.

La liberalizzazione dei capitali, la pressante spinta verso le privatizzazioni in ogni campo, la richiesta di sempre meno tutele per il lavoro etc, sono tutte riconducibili a precise culture di riferimento ed in particolare alla scuola di pensiero di Milton Friedman e George Stigler che hanno posto il mercato e la libera concorrenza (libera da “interferenze” della politica) come naturale regolatore dell’economia, della finanza e infine delle condizioni dell’uomo.

I primi sostegni a tale politica vennero in Italia da Gianni Agnelli, che in una intervista concessa il 30 gennaio 1975 al Corriere della Sera sostenne che ” Probabilmente dovremo avere governi molto forti che siano in grado di far rispettare i piani a cui avranno contribuito altre forze oltre a quelle rappresentate in Parlamento; probabilmente il potere si sposterà dalle forze politiche tradizionali a quelle che gestiranno la macchina economica; probabilmente i REGIMI tecnocratici di domani ridurranno lo spazio delle libertà personali. Ma non sempre tutto ciò sara un male.”
Forse è il caso di ricordare che in precedenza fu pubblicato a cura della Trilateral Committee un rapporto il cui titolo era “The Crisis of Democraticy”.

Più recentemente sono poi venute allo scoperto le “cure al sistema democratico” sostenute con gran forza dal mondo dalla finanza ovvero la necessità, in particolare per l’Italia, di modificare la nostra Costituzione considerata a forte impronta socialista e pertanto da “riformare” in modo che la cultura neoliberista possa avere pieno riconoscimento costituzionale.

Il recente referendum con la vittoria del no ha momentaneamente sconfitto questo disegno, ma sia l’orientamento dell’UE, sia l’inacapacità del PSE che con le politiche presentate come modernizzazioni ha lentamente smarrito le tradizionali politiche socialdemocratiche e ha favorito l’affermarsi della cultura e dell’azione di governo ispirata al neoliberismo, rendono estremamente fragile la difesa rappresentata dalla Costituzione.

I socialisti e la sinistra democratica, al contrario dei neoliberisti, pur sostenendo la libera iniziativa, pongono al centro della loro azione le condizioni dell’uomo e non sono disponibili ad alienare i diritti dei cittadini e dei lavoratori in nome delle forze economiche e finanziarie che dominano il mercato.
Appare in tutta evidenza che la difesa di quei diritti, oltre a rappresentare la linea di demarcazione fra destra e sinistra, riguarda anche la questione democratica, come l’intervento di Agnelli chiarisce oltre ogni dubbio.

Non siamo conservatori delle conquiste del 900, sappiamo che molte condizioni sono mutate, ma pensiamo che si possa e si debba cambiare mantenendo sempre al centro della nostra azione le condizioni di vita delle persone.

Un esempio riguarda il jobs act. Pochi ricordano che Renzi prima di diventare presidente del consiglio tra le azioni di riforma del mondo del lavoro affrontò la questione dei comitati di sorveglianza dei lavoratori nelle grandi imprese. Una iniziativa che con caratteristiche diverse fu affrontata già nel lontano 1944 dail socialista D’Aragona e successivamente, nel 1946, da Morandi con un disegno di legge elaborato dal socialista Massimo Severo Giannini.

Evidentemente strada facendo Renzi si è reso conto che le forze economiche italiane hanno sposato la cultura politica neoliberista e non hanno intenzione di creare strutture che introducano forme avanzate di democrazia industriale. Vogliono libertà di licenziare trattando il lavoro alla stregua di merce sul mercato.

Renzi li ha accontentati diventando, come Agnelli anticipò, il capo del governo al servizio delle tecnocrazie economiche e finanziarie.

Le conseguenze devastanti del neoliberismo, provocando un profondo malcontento che assume sempre di più un atteggiamento rancoroso verso la politica e spesso persino verso le Istituzioni, si traducono nell’elezione di Trump negli USA e nella nascita di tanti partiti e movimenti di protesta che rischiano di destabilizzare il disegno europeo che appare sempre più lontano dal progetto iniziale.
Il deserto politico culturale che è stato prodotto dalla falsa rivoluzione del 94 e dalla incapacità dei post comunisti è devastante. I comunisti, incapaci di fare i conti con la loro storia rifugiandosi in un contenitore che già nel 2002 Barbara Spinelli nel bel libro il “sonno della memoria” criticava nel seguente modo “Orbi della vecchia identità, finiranno col dimenticarla del tutto e non sapranno di conseguenza neppure metterla davvero in questione. Indossatana una nuova, non sapranno portarla con disinvoltura, dovendo fingere un patrimonio che comunque non possono amministrare perfettamente. Il destino che hanno di fronte, di partito senza storia nè fisionomia, si preannuncia triste”, oggi sono sconfitti nella casa che hanno contribuito a costruire e chi l’ha abbandonata rischia di apparire nostalgico di una storia non più riproponibile.

Ai socialisti in movimento spetta un grande compito che non si risolve nel ricomporre il mosaico delle loro disperse forze, ma nel ricostruire una forza che contamini della loro cultura anche chi oggi ha scelto la strada dell’autonomia a sinistra del PD.

Aldo Potenza

29/04/2017