Elezioni amministrative

Socialisti in Movimento- Intervento di Angelo Sollazzo

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Nelle ultime settimane il panorama politico ha subito cambiamenti profondi e niente può essere rapportato alla situazione di solo qualche mese fa.

La scissione nel PD, la nascita del Campo progressista di Pisapia, lo scioglimento di SEL e la comparsa di Sinistra Italiana ed in ultimo l’incauta convocazione di un congresso straordinario del PSI, rappresentano un quadro modificato della sinistra italiana con il quale confrontarsi con speranza e preoccupazione.

I socialisti italiani si stanno riaggregando in nuove forme e stanno riprendendo un loro specifico ed autonomo ruolo nella società politica.

L’appiattimento sulle posizioni del Governo renziano di Gentiloni, la mancanza di un qualsiasi dibattito interno, la determinazione a voler continue rese dei conti, hanno ridotto il glorioso PSI a poche rappresentanze nelle istituzioni, iscrizioni in calo e nessun dato elettorale in quanto da anni il Partito non si presenta con il proprio simbolo alle elezioni.

Se il dato è sconfortante per manifeste responsabilità del gruppo dirigente, non si può ritenere utile la fuoriuscita dall’attuale Partito che, nel bene e nel male rappresenta la tradizione socialista, per approdare a improbabili movimenti di nuovo conio che non hanno riferimenti ideologici chiari, a cominciare dal nome, anche se abbiamo apprezzato la presa di distanza dall’imbroglio renziano. Quindi dentro il PSI per cambiare il PSI. Le scorciatoie non servono, le parole riformista e progressista sono per noi aggettivo del sostantivo socialista e non accetteremmo di aderire a nessun movimento che non si definisca socialista. I partiti e movimenti  solo aggettivati non rappresentano alcuna cultura politica, nascono e muoiono a seconda delle convenienze dei loro gruppi dirigenti ed ispiratori. Il socialismo come le altre culture politiche ha storia, presente futuro poiché rappresenta una particolare visione della società.

Nel particolare momento politico che viviamo diventa imperativo per i socialisti e la sinistra democratica lottare e battere i populismi di destra e sinistra.
Nell’ultimo ventennio populisti sono stati Berlusconi, Bossi e Salvini, Grillo e Renzi, che separatamente hanno ingenerato il cancro dell’anti-politica con i risultati che conosciamo.
I socialisti hanno il dovere di lavorare per l’applicazione dell’art. 49 della Costituzione per la trasparenza e la democrazia interna dei Partiti come condizione essenziale per battere il populismo.
Il PSI con il congresso di Montecatini del 2008 pose il tema come elemento essenziale del suo rinnovamento per poi dimenticarlo  pensando di poterlo applicare solo agli altri. Anzi all’inizio della attuale legislatura i pochi deputati socialisti, pur eletti nelle liste del PD, presentarono una proposta di legge in tale direzione contenente un controllo terzo (Corte dei Conti?) per la trasparenza contabile ed amministrativa e addirittura all’art.18 la possibilità di rivolgersi al magistrato da parte del militante tediato ovvero per la riduzione degli spazi di democrazia interna.
Tutto questo sembra dimenticato, ma ciò che risulta ancora più grave l’accantonamento dei fondamentali del socialismo e le stesse ragioni di ritenersi socialisti attraverso voti parlamentari ed atteggiamenti che cozzano decisamente con gli ideali socialisti.

Vi sono concetti del vivere comune che devono essere al centro della appartenenza al socialismo ed alle sue strutture organizzate.

Lo stesso concetto di libertà è socialista. Libertà dal bisogno, dalla fame, dalle malattie, dalle guerre, dalla mancanza dei diritti civili.

Anche il concetto di uguaglianza è socialista, per avere tutti non solo gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti.
La ridistribuzione della ricchezza rappresenta il cardine principale della proposta socialista in economia politica. La forbice tra ricchi e poveri si è allargata in modo pauroso, abbiamo oggi quattro milioni e mezzo di poveri assoluti a cui aggiungere altri quattro milioni di cittadini sulla soglia di povertà. Una patrimoniale sulle rendite parassitarie ed assenteiste viene considerata equa perfino dalla Confindustria, mentre la sinistra balbetta su un tema di giustizia sociale. La verità è che molti di questa nuova classe politica ancora non ha compreso la differenza tra rendita e reddito. Chi fa profitto ed investe in innovazione e nuova occupazione va sostenuto, sono le grandi proprietà, i patrimoni fisici e bancari che vanno colpiti, non la produzione ed il lavoro. Al contrario si preferisce liberalizzare per creare nuovi patrimoni, per rendere aggressiva la concorrenza che di per sé diminuisce non accresce il lavoro. Se il numero di disoccupati si è impennato fino ad arrivare a due cifre, il motivo è proprio quello della riduzione selvaggia dei costi  che, quindi, porta alla riduzione dei posti di lavoro. Lo Stato sociale di cui tanto si parla viene ridotto ai minimi termini.
Ma vi sono concrete possibilità per affrontare il tema grave dei conti pubblici. Oltre alla patrimoniale occorre mettere mano all’assurdo capitolo delle spese militari, sia riducendo le missioni all’estero sia annullando le commesse per nuovi armamenti. Non si possono spendere diciotto miliardi di euro per gli aerei cacciabombardieri F35, considerato che noi italiani non siamo proprio gente che amiamo bombardare. Quindi non difesa ma offesa. Non possiamo tacere sullo scandalo del Vaticano che non paga le tasse allo Stato,possedendo oltre centomila edifici, alberghi, ristoranti, attività commerciali e a Roma non riesce nemmeno a pagare luce, acqua e gas.

I musei vaticani incassano 18milioni di euro al mese, non pagando alcuna tassa. Intanto lo Stato, a debito, impegna 20 miliardi per risanare le banche, regala con il Job Acts miliardi alla Fiat e soci, spende, in tempo di crisi, ben 23 milioni di euro per l’aereo della Presidenza del Consiglio, altro che sobrietà, consente il caporalato legale con la vergogna dei vouchers, sottrae risorse con mance elettorali, come per gli 80 euro, per poi accorgersi che oltre due milioni di persone, non avendo diritto, saranno costretti a restituire la  regalia. Non ci attardiamo a parlare , per amor patrio, degli scandali o presunti tali di Renzi padre, di Boschi padre, fidanzato Guidi, per non dire di Expò,di Ilva, di terremoto dell’Aquila, ma certo qualcosa non va se quello che sta accadendo in epoca renziana fa impallidire perfino tangentopoli. Non si comprende perché per molto meno sono state ottenute le dimissioni dei ministri Lupi e Guidi, mentre Lotti resta al suo posto.

Insomma siamo di fronte ad una pericolosa incapacità di comprendere come affrontare la crisi economica, non esiste un piano industriale, si procede a tentoni, si rischia un aumento, grave per le famiglie, dell’IVA, stiamo rischiando di far compagnia alla Grecia in quanto a disastro economico.
Renzi pensava di parlare di economia con i cinquettii ed i post di twitter e di facebook , mentre l’Italia faceva da fanalino di coda della ripresa economica che stava conoscendo tutta Europa. Se questi sono i nuovi, rivogliamo i vecchi.

Quello che non si comprende è come dopo le catastrofi elettorali delle amministrative e del Referendum nessuno si dimette. Renzi fa solo finta di abbandonare, Alfano,Nencini e company non fanno una piega, come se niente fosse avvenuto. Probabilmente per spostarli dai loro scranni ci vorrebbe un terremoto ondulatorio e sussultorio. Eravamo abituati  alle dimissioni dopo una sonora sconfitta, invece si fa finta di nulla, anzi si è ancora più arroganti e strafottenti di prima, attribuendo agli altri le proprie carenze e sconfitte. Questo è il nuovismo.

Anche nel PSI si fa finta di nulla, con un partito che non si presenta più alle elezioni, ma chiede ospitalità ad altri, come se importante non sia l’affermazione delle idee, ma la sistemazione di qualcuno. I sondaggi elettorali non rilevano la presenza socialista e quando lo fanno siamo attorno all0,1%. Siamo soddisfatti? Auguri.

Il PSI ha bisogno di far tornare il proprio simbolo sulla scheda elettorale, con liste, nel nome e nella simbologia, di chiara impronta socialista, evitando alleanze spurie  (NCD etc.), rivedendo con accortezza il rapporto con il PD che ha subito una vera mutazione genetica, spostandosi su posizioni di centro-destra, e difficilmente Emiliano riuscirà a modificare tale situazione.
Queste sono le sfide che i socialisti devono affrontare.

Angelo Sollazzo

Patti chiari e amicizia lunga, di Felice C. Besostri

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Non ho in programma di organizzare una nuova impugnazione collettiva della terza legge elettorale incostituzionale. Non perché sono stanco di farlo, ma perché significa che si sono disattese per la terza volta le sentenze della Corte Costituzionale e, fatto ancora più grave, significa che sono state disattese le indicazioni del popolo italiano il 4 dicembre 2016. I casi sono due o la nuova legge è sostenuta dal PD con una maggioranza di centro-destra ovvero da un nuovo centro-sinistra. Nel primo caso significa che il PD è inaffidabile come partner, nel secondo che il nuovo centro-sinistra è inaffidabile come forza di rinnovamento politico. L’esito del referendum costituzionale e la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italikum hanno segnato la fine di un’epoca o, per non esagerare, di un triennio di governo a guida di Matteo Renzi e di scelte politiche in contrasto con ogni idea di centro-sinistra, come politica popolare e di progresso. Hic Rhodus, hic salta: non c’è credibilità senza segni tangibili di un cambiamento di rotta, specialmente da parte di chi abbia contribuito a far approvare l’Italikum con forzature regolamentari e in contrasto con l’art. 72 c. 4 Cost. e abbia sostenuto le ragioni del SI’ alla deforma costituzionale. La cartina di tornasole è la nuova legge elettorale, che non deve essere, almeno per questa volta, una riedizione di leggi, che per la governabilità sacrifichino la rappresentanza in violazione dei principi costituzionali sul diritto di voto, eguale, libero e personale(art. 48 Cost.) e diretto per Camera(art. 56 Cost.) e Senato (art58 Cost.). Ogni premio basato su una soglia percentuale nazionale, che venga spalmato sui collegi viola il principio del voto personale e diretto. Proprio l’Avvocatura dello Stato per difendere davanti alla Corte Costituzionale il premio di maggioranza fissato in 340 seggi , cioè il 55% dei deputati eletti nel territorio nazionale, ha sostenuto che fosse necessario non essendoci alcun obbligo di un eletto di non cambiare casacca. Tuttavia, se così è, non si giustifica il sacrificio della rappresentanza a fronte di una governabilità del tutto aleatoria. Se, invece, il premio di maggioranza fosse vincolante per gli eletti della lista beneficiaria, allora la violazione del divieto di mandato imperativo ex art. 67 Cost. sarebbe patente. Dopo la sentenza n.1/2014 la sola scelta costituzionalmente corretta, visto il riferimento in sentenza agli artt. 61 e 77 c. 2 Cost., sarebbe stata di concedere alle Camere uno spatium deliberandi di 60/70 giorni per adottare una legge elettorale conforme ai principi della Consulta, trascorso inutilmente il quale il Presidente avrebbe dovuto scioglier le Camere per consentirne il rinnovo con una legge di impianto proporzionale a parte le assurde soglie di accesso per il Senato, il doppio di quelle Camera con la metà dei suoi membri. Pensate che con il 4% Camera si poteva eleggere con sicurezza un solo senatore soltanto nelle Regioni, con almeno 25 Senatori, cioè Sicilia, Campania, Lazio e Lombardia e forse coi resti in Veneto e Piemonte. Senza l’abolizione del premio di maggioranza al primo turno diventerebbe forte la tentazione di reintrodurre le coalizioni come beneficiarie  del premio di maggioranza. Un nuovo centro-sinistra non sarebbe altro che lo specchietto per le allodole per legittimare un premio di maggioranza al primo turno e confermare i capilista bloccati, logica conseguenza di liste composite di diverse anime (Campo Progressista, ex PD, ex SEL e personalità indipendenti) per garantirsi una quota di eletti: un film già visto con la Sinistra Arcobaleno, cioè un ennesimo tramonto della sinistra altro che sole dell’avvenire di un’alba radiosa. Il referendum è stato vinto dagli elettori ignoti influenzati dalle ragioni del NO, ma non solo, in ogni caso elettori ed elettrici, che si sono recati autonomamente alle urne, senza che nessun comitato o partito ve li conducesse per mano. Se non diamo una risposta politica adeguata alla loro protesta, ritorneranno delusi all’astensione. Malgrado il successo del M5S tra il 1996 e il 2013 sono scomparsi 3 milioni di voti validi. Non deludiamoli, altrimenti non possiamo prevedere quale direzione prenderanno, quando riemergeranno dalla clandestinità elettorale.

Felice C. Besostri

La grande riforma di Craxi non c’entra nulla con la deforma Boschi, di Luciano Belli Paci

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Il dibattito sul referendum costituzionale del prossimo autunno è accompagnato dalla pubblicazione di numerosi saggi nei quali si ricostruisce la storia dei ripetuti tentativi di riformare la nostra Costituzione che, nel corso dei decenni e con alterne fortune, hanno visto impegnati esponenti politici, commissioni bicamerali e governi.
Tra i più recenti è il caso di menzionare il libro di Nadia Urbinati e David Ragazzoni “La vera Seconda Repubblica – l’ideologia e la macchina” e quello di Antonio Ingroia “Dalla parte della Costituzione – da Gelli a Renzi: quarant’anni di attacco alla Costituzione”.
Ho l’impressione che nessuno di questi autori si sottragga al vizio di inserire Craxi e la sua idea di Grande Riforma dello Stato in un indistinto calderone con tutti gli altri che nei decenni hanno mirato a stravolgere la nostra Carta fondamentale e questo mi induce, da socialista impegnato per il No alla deforma Renzi-Boschi, a proporre qualche considerazione critica.
Se si vuole evitare di fare di tutte le erbe un fascio, di appiattire disegni molto diversi tra loro in un coacervo senza tempo, nella classica notte in cui tutte le vacche sono nere, occorre tracciare alcune nette linee di demarcazione.
La prima è di carattere storico, giacché il diverso contesto politico nel quale le proposte di riforma si sono via via inserite è di decisiva importanza.
Fino alla caduta del muro di Berlino la nostra democrazia ha vissuto in una condizione patologica. Eravamo una democrazia bloccata perché, essendo l’opposizione di sinistra egemonizzata dal più grande partito comunista dell’occidente, non è mai stata possibile quella fisiologica alternanza tra diverse coalizioni di governo che invece altrove era la regola. Questo ha fatto sì che durante tutto il corso della cosiddetta Prima Repubblica vi fosse un gruppo di partiti permanentemente al potere, la Dc ed i suoi alleati, e che di conseguenza si creasse quella commistione insana tra partiti ed amministrazione pubblica che è stata chiamata partitocrazia. Anche la cronica instabilità dei governi di quell’epoca deriva principalmente dalla stessa patologia, visto che le normali fibrillazioni prodotte dalla dialettica politica, non potendo mai trovare sfogo in una vera alternanza, si traducevano in crisi governative foriere ogni volta di balletti di poltrone e limitati aggiustamenti programmatici, ma nell’ambito di una stabilità sostanziale tale da rasentare il rigor mortis.
L’idea di Craxi, peraltro rimasta a livello di ipotesi politica e mai trasfusa in definite proposte di revisione costituzionale, era quella che per forzare questa situazione di paralisi di cui all’epoca – si parla del 1979 ! – nessuno vedeva la fine potesse servire una riforma del sistema politico tale da imporre una competizione tra proposte di governo (e non solo tra singoli partiti come accadeva allora) e così stimolare una vera alternanza, una democrazia compiuta. Il sistema semipresidenziale francese, che proprio in quegli anni vedeva l’impetuosa crescita del partito socialista e del suo leader Mitterrand (che nel 1981 sarebbe stato eletto per la prima volta presidente), pareva il modello più adatto allo scopo.
È innegabile che dentro questa riflessione vi fosse anche un calcolo di parte perché solo un netto cambiamento dei rapporti di forza tra comunisti e socialisti avrebbe potuto consentire, proprio come stava accadendo in Francia, di rendere rassicurante e dunque competitiva una coalizione di sinistra; però la diagnosi del male italiano e la strategia per curarlo erano corrette.
Di tutt’altro segno sono i progetti di “Grande Riforma” che hanno accompagnato la nascita e poi il corso della cosiddetta Seconda Repubblica. Essi non hanno avuto più lo scopo di creare le condizioni dell’alternanza, che dopo la fine della guerra fredda e la trasformazione del Pci erano ormai acquisite, bensì quello di produrre un prosciugamento della democrazia, attraverso la trasformazione dei partiti in ectoplasmi, la personalizzazione forsennata della politica, lo svuotamento del parlamento e delle assemblee politiche locali, la concentrazione illimitata del potere negli esecutivi, la sterilizzazione della sovranità popolare attraverso leggi elettorali incostituzionali che stravolgono il principio di rappresentanza.
La seconda linea di demarcazione riguarda il merito dei disegni riformatori. Altro è delineare a viso aperto una riforma in senso presidenziale, riprendendo proposte che furono avanzate all’assemblea costituente da personaggi del calibro di Piero Calamandrei e Leo Valiani e che comprenderebbero sia nel modello statunitense sia in quello semipresidenziale francese tutti i pesi e contrappesi del caso, e altro è tentare di introdurre surrettiziamente adulterazioni del nostro modello costituzionale attraverso forme di premierato assoluto instaurate de facto da inediti e selvaggi meccanismi ultramaggioritari.
Quest’ultima tendenza, che è davvero eversiva sia nei metodi sia negli obiettivi, raggiunge l’apoteosi nella Grande Riforma prodotta dal governo Renzi e sulla quale saremo chiamati, prima o poi, ad esprimerci nel referendum. In essa, alcune mirate manomissioni della funzione legislativa, presentate come innocenti razionalizzazioni a fini di efficienza e risparmio, sono funzionali al solo scopo reale di portare a compimento lo stravolgimento della democrazia parlamentare innescato dall’Italicum, senza ahinoi portarci al vero presidenzialismo con la sua accurata separazione dei poteri.
No, obiettivamente Craxi non merita di essere annoverato tra i progenitori di questo scempio.

Luciano Belli Paci