Fermiamoci finché siamo in tempo e proviamo a riflettere, di Alberto Benzoni

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Alberto Benzoni

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La lunghezza spropositata di questa campagna referendaria non ne sta migliorando certamente la qualità. Niente più, ammesso che ci sia mai stata, serena discussione tra esperti sul merito della proposta. E nessun chiarimento su alcuni punti dirimenti nel giudizio sulla medesima; che si tratti della legge elettorale o di un eventuale ripristino del meccanismo elettivo per quanto riguarda il Senato.
Stiamo andando, invece, irresistibilmente, verso l’Ok Corral; con la relativa eliminazione dei cattivi da parte dello Sceriffo e dei suoi aiutanti. E stiamo andando, anche, verso la delegittimazione, insieme politica e morale, dell’opposizione attraverso l’attacco personale e indiscriminato nei confronti dei suoi principali esponenti, accusati, in un amalgama del tutto abusivo, non solo di frenare l’avvento delle migliori sorti e progressive dell’Italia ma anche di farla precipitare nel caos e nell’avventura.
Tutto questo non deve indurci al vittimismo o, peggio ancora, a rispondere sullo stesso tono ( “tu attacchi D’Alema e io ti contesto Verdini”). Ma dobbiamo, questo sì,approfondire sino in fondo le ragioni del nostro no: per renderlo più radicale e al tempo meno di parte.
La “spropositata lunghezza”della campagna referendaria deve servire anche a questo. A sentire, e a comunicare agli altri il discrimine di fondo, quello su cui non è possibile alcuna mediazione, che separa i sostenitori del no da quelli del sì. E ad individuare questo discrimine nella visione che si ha dell’Italia: per quelli del sì un “sistema”in concorrenza con altri e da rendere più efficiente; per noi una comunità da rendere migliore.
Oggi, questa comunità è gravemente minacciata: non dal dispositivo del referendum ma dal disegno politico che l’ha determinato. E, ancora, non da Renzi e dal suo governo ma da quello che l’uno e l’altro rappresentano: la cultura e la visione politica della seconda repubblica.
Di referendum l’Italia ne ha visti tantissimi, alcuni dei quali divisivi e determinanti per la nostra collettività nazionale. Monarchia o Repubblica, Divorzio, Aborto. In tutti questi casi i verdetti sono stati accettati dagli sconfitti. E non comportavano né rese dei conti né ferite aperte. Questo, invece, lo si voglia o no, prelude, in caso di vittoria del sì ad una resa dei conti di entità imprecisata e incontrollabile; ed ha già, nel suo stesso svolgimento, intossicato gravemente il clima del paese.
Di referendum, le democrazie occidentali ne conoscevano, almeno sino ad oggi, due tipi: quello, necessariamente concordato tra le forze politiche, tendente a costruire ex novo o a correggere in alcuni punti, l’assetto costituzionale; quello nato da una crisi sistemica e proposto dal leader che possedeva le chiavi per la sua soluzione. In chiaro, da una parte la Costituzione del 1947 e gli emendamenti a quella americana; dall’altra De Gaulle e la sua V repubblica.
Quelli che non conoscevamo, quelli praticati nei paesi di “democrazia illiberale” sono, invece, di tutt’altro tipo: sono proposte varate dal partito o, più spesso, dal Leader al potere e tendono o a prolungare, nel tempo, il suo mandato o ( come in Italia) ad accrescerne i poteri.
Certo, Renzi non è né Putin né Erdogan. E non manderà, in caso di vittoria, giudici o agenti a chiudere “Il Fatto quotidiano”o a silenziare i suoi oppositori. Però la qualità del suo disegno è la stessa; e porta con sé, insieme, la radicalizzazione dello scontro e la totale delegittimazione dell’opposizione. Risuscitando così a suo uso e consumo, quel fattore K, ora P ( sta per populismo) e senza alcuna possibilità di dialogo e di collaborazione.
Da una parte, dunque, il governo senza alternative ( “c’è solo Renzi”nella vulgata dei sostenitori del sì); dall’altra una opposizione accusata di tutto e del suo contrario; di essere conservatrice e di essere eversiva.
E’ un clima irrespirabile. Ma è anche il clima costruito, anno dopo anno, dagli “intelligenti cretini” ( sono i più pericolosi) che hanno presieduto alla nascita della seconda repubblica, curandone i mali con sempre maggiori dosi della ricetta iniziale.
Parliamo, soprattutto, del bipolarismo come sciroppo di Dulcamara atto a rendere politica e politici più efficienti e virtuosi. Scellerata incoscienza in un paese segnato da secoli dal gusto della faida, con la relativa uccisione del vicino. Scellerata incoscienza in un paese che non aveva in sé nessuno dei necessari anticorpi- non il senso dello stato, non il rispetto delle regole, non la presenza di istituzioni e di autorità che godessero la fiducia dei cittadini, non il senso collettivo dell’appartenenza alla stessa collettività.
Scellerata incoscienza in un paese dove non c’era mai stata ( se non agli albori dello stato nazionale) una destra “liberale ed europea” e dove, sull’altro fronte, non avevamo la socialdemocrazia ma un partito che aveva “perso tutto salvo il suo Breil”; leggi il senso di superiorità morale e la spinta incoercibile a “fare politica con altri mezzi” ricorrendo alla magistratura o all’Europa per sbarazzarsi di un avversario che non era stato possibile battere sul terreno elettorale.
In questo quadro Renzi e il quesito referendario appaiono per quello che sono: il tentativo pericoloso di modificare a vantaggio di chi governa le regole del gioco; l’utilizzo senza freni dello schema bipolare; l’avallo definitivo di vent’anni segnati dalla diminuzione dei diritti; e, in conseguenza di tutto questo, l’imbarbarimento del confronto politico e del clima del paese.
Così stando le cose, a chi ci chiede cosa accadrà dopo la vittoria del no, dobbiamo rispondere ” pericolo scampato; linea del Piave difesa. E, adesso fermiamoci tutti; per ragionare, insieme, sul nostro futuro. A partire dalla riscoperta dei valori, dei protagonisti e delle istituzioni della democrazia”.

Albero Benzoni

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